Divertimento

Sono tornato a casa in anticipo per il compleanno di mia figlia: l’ho trovata a terra, ma l’allarme era stato disattivato dall’interno

«Che cosa sai?»

Non alzai la voce.

Fu proprio questo a far sollevare lo sguardo a Chiara.

L’ispettore Grandi tese una mano verso il mio telefono. Glielo consegnai senza staccare gli occhi da mia moglie. Sullo schermo c’erano ancora la fotografia di Viola seduta al tavolo della nostra cucina e quelle sei parole che avevano trasformato ogni certezza in una domanda.

LEI CI HA INVITATI. CHIEDI A TUA MOGLIE.

«Chi è “lei”?» domandò Grandi.

Chiara scosse la testa troppo in fretta. «Non lo so.»

«Non mentirmi.»

La mia voce rimase bassa, ma Chiara si irrigidì.

«Matteo, non qui.»


Guardai le porte dietro le quali nostra figlia giaceva in coma.

«È esattamente qui che devi parlare.»

Chiara si alzò. Aveva le gambe instabili e dovette appoggiarsi allo schienale della sedia.

«Tre settimane fa Viola ha cominciato a ricevere dei messaggi.»

Sentii qualcosa chiudersi dentro il petto.

«Che messaggi?»

«All’inizio sembravano stupidi. Account senza foto, numeri sconosciuti. Qualcuno le scriveva che sapeva quando tu eri fuori, quando io lavoravo, a che ora tornava da scuola.»

Grandi smise di guardare il telefono.

«Perché non l’ha denunciato?»

Chiara abbassò gli occhi.


«Perché Viola mi ha pregata di non farlo.»

Feci un passo verso di lei.

«E tu hai accettato?»

«Aveva paura che tu lo scoprissi.»

«Io sono suo padre.»

«Appunto.»

Quelle due sillabe mi colpirono più di quanto avrei voluto ammettere.

Chiara inspirò tremando.

«Lei ti ama, Matteo. Ma sa cosa fai. Sa cosa succede quando pensi che qualcuno della tua famiglia sia in pericolo. Aveva paura che saresti tornato, avresti fatto domande alle persone sbagliate e avresti distrutto tutto.»

«Qualcuno le stava dicendo quando era sola in casa.»


«Lo so.»

«E tu non mi hai chiamato.»

«Pensavo di poterla proteggere.»

La rabbia arrivò immediatamente, ma la costrinsi a restare dove potevo controllarla.

«Continua.»

Chiara si passò una mano sulla bocca.

«Quattro giorni fa qualcuno le ha mandato una fotografia.»

«Di cosa?»

«Di te.»

Per la prima volta Grandi guardò me.


Chiara continuò.

«Era una vecchia foto. Tu in uniforme, con altri uomini. Viola mi disse che chi gliel’aveva inviata sosteneva di conoscere cose su di te che non sarebbero mai dovute uscire.»

«Hai ancora quella foto?»

«No. Era sul telefono di Viola.»

Il telefono che qualcuno aveva distrutto.

Non rubato.

Distrutto.

La differenza era enorme.

«E l’allarme?» chiesi.

Chiara chiuse gli occhi per un istante.


«Ieri Viola mi disse che voleva incontrare qualcuno.»

Grandi tirò fuori il taccuino.

«Chi?»

«Non volle dirmelo. Disse soltanto che quella persona poteva dimostrarle chi c’era dietro i messaggi.»

Sentii il sangue pulsarmi nelle tempie.

«E tu l’hai lasciata fare.»

«Le ho detto di no.»

«Ma le hai dato accesso all’allarme.»

Il silenzio di Chiara fu la risposta.

Mi voltai.


Avevo bisogno di tre secondi senza guardarla.

Soltanto tre.

Il vetro della finestra rifletteva un uomo con la camicia macchiata del sangue di sua figlia. Per quindici anni avevo imparato che il peggior errore in una situazione ostile era reagire alla prima spiegazione disponibile.

Così smisi di essere soltanto un padre furioso.

Cominciai a pensare.

«Viola aveva già un accesso personale», dissi.

Chiara annuì lentamente.

«Sì.»

«Quindi perché compare un quarto dispositivo?»

«Non lo so.»


Grandi sollevò lo sguardo. «Potrebbe aver condiviso le credenziali.»

«No.»

«Come può esserne sicuro?»

Indicai il telefono.

«Perché chi ha mandato quella fotografia vuole che crediamo che Viola li abbia fatti entrare. Se fosse così semplice, non avrebbero bisogno di convincerci.»

Grandi rimase in silenzio.

Finalmente stavamo parlando la stessa lingua.

Qualcuno non aveva soltanto aggredito Viola.

Qualcuno stava costruendo una versione dei fatti.

E l’aveva preparata prima che io tornassi.


«I vicini hanno telecamere?» chiesi.

«Stiamo acquisendo i filmati.»

«La casa dei Lombardi ne ha una sopra il garage. Inquadra parte della strada.»

Grandi fece cenno all’agente.

«Controlli subito.»

L’agente si allontanò.

Chiara mi afferrò il polso.

«Matteo.»

Guardai la sua mano finché non la tolse.

«C’è un’altra cosa», disse.


Naturalmente c’era.

«Stamattina Viola ha ricevuto una busta.»

«Da chi?»

«Non c’era mittente.»

«Dov’è?»

Chiara impallidì.

«Pensavo fosse ancora a casa.»

Mi tornò davanti agli occhi lo zaino aperto nel corridoio.

I fogli.

La cinghia.


La busta mezzo schiacciata sotto la cerniera.

Quella che avevo creduto contenesse un biglietto di compleanno.

Mi voltai verso Grandi.

«La busta.»

Lui capì.

Telefonò immediatamente alla squadra sulla scena.

Aspettammo.

Dieci secondi.

Venti.

Poi la sua espressione cambiò.

«Non c’è nessuna busta nello zaino.»

Il gelo mi attraversò lentamente.

Io l’avevo vista.

Ne ero certo.

«Qualcuno l’ha presa.»

Grandi fece un’altra chiamata, questa volta ordinando di registrare chiunque fosse entrato nella casa dopo l’arrivo dei soccorsi.

Chiara sembrava sul punto di crollare di nuovo.

«Che cosa c’era dentro?»

«Non lo so», rispose. «Viola non l’ha aperta davanti a me.»

Prima che potessi replicare, l’agente tornò quasi correndo.

Aveva un tablet in mano.

«Ispettore, abbiamo qualcosa dalla telecamera dei Lombardi.»

Posò il dispositivo sul tavolino.

Il filmato mostrava Via degli Aceri alle 15:37.

Viola comparve sul marciapiede con lo zaino sulla spalla.

Era viva.

Normale.

Guardava continuamente il telefono.

Alle 15:39 entrò nel vialetto.

Due minuti dopo, l’orario dell’allarme che avevo già memorizzato comparve nella mia testa.

15:41.

Il sistema venne disattivato.

Poi, alle 15:44, una berlina scura entrò nell’inquadratura e rallentò davanti a casa nostra.

Non riuscivo a vedere la targa.

L’auto si fermò.

Una persona scese dal lato passeggero.

Cappuccio.

Occhiali scuri.

Testa abbassata.

Poi scese una seconda persona.

Grandi mise in pausa.

«Due.»

«Aspetta.»

Indicai il bordo destro dell’immagine.

Il conducente non era sceso.

Erano almeno tre.

Il video ripartì.

I due attraversarono il vialetto.

Nessuno forzò la porta.

Uno dei due la aprì normalmente.

Entrarono.

Alle 15:58 la berlina ripartì.

Quattordici minuti.

Quattordici minuti per lasciare mia figlia quasi morta sul pavimento.

Chiara si portò una mano alla bocca.

Io continuai a guardare.

«Torna indietro.»

Grandi riavvolse.

«Più lentamente.»

La berlina avanzò nuovamente sullo schermo.

Questa volta vidi ciò che avevo perso.

Sul parabrezza, vicino allo specchietto retrovisore, oscillava un piccolo oggetto.

Un pass identificativo plastificato.

Non potevo leggere il nome.

Ma riconoscevo il colore della banda superiore.

Lo avevo visto centinaia di volte.

Non apparteneva alla polizia.

Non apparteneva a un’azienda privata.

Apparteneva a una struttura militare.

Sentii Grandi chiedere qualcosa, ma la sua voce sembrò allontanarsi.

Perché improvvisamente la fotografia inviata a Viola non sembrava più una minaccia casuale.

Qualcuno conosceva il mio passato.

Qualcuno conosceva i miei movimenti.

Qualcuno sapeva che sarei dovuto tornare due giorni dopo.

Eppure ero arrivato in anticipo.

Il mio telefono vibrò di nuovo.

Stesso numero sconosciuto.

Questa volta nessuna fotografia.

Soltanto un messaggio.

NON DOVEVI ESSERE GIÀ A CASA.

Lo fissai.

Poi arrivò una seconda riga.

ADESSO SAPPIAMO CHE SEI TORNATO.

Alzai lentamente gli occhi verso il corridoio dell’ospedale.

Per la prima volta da quando avevo trovato Viola, capii una cosa peggiore della rabbia.

Quello che era successo a mia figlia poteva non essere stato il vero attacco.

Poteva essere stato soltanto il modo per farmi tornare.

**Continua — premi Parte 4 per continuare a leggere.**

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