«Viola ha scoperto chi.»
La voce di Lorenzo rimase sospesa nella stanza.
Nessuno parlò.
Sul video, lui si passò una mano sul volto tumefatto e guardò di nuovo verso la porta.
«Tre settimane fa Viola mi ha contattato. Non Chiara. Viola.»
Sentii lo stomaco stringersi.
«Aveva trovato qualcosa sul tuo vecchio portatile, Matteo. Un backup che credevi cancellato. Fotografie, registri di missione, nomi in codice. Niente di sufficiente per capire tutto, ma abbastanza per capire che Andrea Valli non era semplicemente un vecchio compagno.»
Lorenzo abbassò la voce.
«Le dissi di lasciar perdere.»
Un rumore nel filmato lo fece voltare.
Aspettò.
Poi continuò.
«Non lo fece.»
Quasi sorrisi.
Era Viola.
Da bambina aveva smontato un telecomando perché voleva capire perché un pulsante funzionasse soltanto se lo premeva da una certa angolazione.
Se una cosa non aveva senso, non riusciva a ignorarla.
«Viola confrontò le date delle fotografie con alcuni documenti pubblici. Trovò un nome ricorrente collegato ai contratti logistici dell’operazione. Poi trovò pagamenti effettuati anni dopo attraverso società diverse.»
Lorenzo si avvicinò alla telecamera.
«Asterion era una di quelle società.»
Grandi fermò il video.
«Quindi Valli potrebbe aver creato Asterion per indagare.»
«O per sopravvivere», dissi.
«Oppure per vendicarsi.»
«Continua.»
Il video ripartì.
«Andrea mi ha contattato due mesi fa. Era la prima volta che lo sentivo da nove anni. Mi disse che aveva finalmente trovato la persona che lo aveva incastrato.»
Lorenzo inspirò.
«Non gli credetti.»
Un'altra pausa.
«Poi mi mandò le prove.»
Sul video comparve improvvisamente un documento.
Un elenco di trasferimenti.
Date.
Importi.
Società.
Lorenzo aveva evidentemente inserito le immagini durante la registrazione.
Riconobbi una delle date.
La notte in cui il nostro informatore era stato consegnato.
Un pagamento era stato autorizzato trentasei ore prima.
«Chi ha autorizzato?» chiese Grandi.
Ingrandimmo.
Non c’era un nome.
Solo una sigla.
C.V.
Non significava niente.
Poi Lorenzo tornò sullo schermo.
«Viola ha trovato il collegamento che mancava. C.V. non sono le iniziali di una persona. Sono quelle di un programma.»
La porta alle sue spalle scricchiolò.
Lorenzo si voltò di scatto.
Il video tremò.
«Se succede qualcosa a me, la copia completa è nella busta.»
Si fermò.
«Non quella a casa mia.»
Il mio cuore accelerò.
La busta scomparsa dallo zaino.
«Quella di Viola.»
Lorenzo guardò direttamente nella telecamera.
«Lei sa dove nasconderla.»
Il video terminò.
Grandi imprecò sottovoce.
Io ero già in piedi.
«Dobbiamo tornare da Viola.»
«La busta non è in ospedale.»
«Non sto cercando la busta.»
Grandi capì.
«Vuole chiedere a lei.»
«Se può comunicare.»
Durante il tragitto chiamai Chiara.
«È successo qualcosa?» domandò immediatamente.
«Viola è ancora stabile?»
«Sì.»
«Arriviamo.»
«Matteo, cosa avete trovato?»
Guardai fuori dal finestrino.
«La prova che nostra figlia sapeva molto più di quanto ci abbia detto.»
Chiara rimase in silenzio.
«E Lorenzo?»
«Non sappiamo dove sia.»
Un'altra pausa.
«Chiara.»
«Sì?»
«Lorenzo ha detto che Viola lo aveva contattato tre settimane fa.»
«Non lo sapevo.»
La risposta arrivò troppo rapidamente.
Non dissi niente.
Lei aggiunse: «Te lo giuro.»
«Ne parleremo.»
Riattaccai.
Quando tornammo in terapia intensiva, il medico ci permise di entrare soltanto pochi minuti.
Viola era ancora sedata.
«Non aspettatevi una conversazione», ci avvertì. «Possiamo ridurre leggermente la sedazione, ma qualsiasi risposta potrebbe essere minima o involontaria.»
Mi sedetti accanto al letto.
Chiara rimase dall’altro lato.
Presi la mano di nostra figlia.
«Viola.»
Le palpebre non si mossero.
«Sono papà.»
Aspettai.
«Abbiamo trovato il video di Lorenzo.»
Le dita rimasero immobili.
«Ha parlato della busta.»
Un piccolo movimento.
Così lieve che pensai di averlo immaginato.
Guardai il medico.
Lui non disse nulla.
«Viola, se mi senti, stringimi la mano.»
Niente.
Poi una pressione.
Debole.
Ma reale.
Chiara soffocò un singhiozzo.
Mi piegai più vicino.
«La busta che avevi nello zaino. L’hai nascosta?»
Una pressione.
Sì.
Sentii Grandi muoversi dietro di me.
«È ancora in casa?»
Nessuna risposta.
«A scuola?»
Niente.
«L’hai data a qualcuno?»
Le dita si chiusero.
Una volta.
Guardai Chiara.
Lei mi fissava terrorizzata.
«A Lorenzo?»
Niente.
«A un’amica?»
Niente.
Pensai alla fotografia.
Viola seduta al tavolo.
Qualcuno davanti a lei.
«Alla persona che era con te quella mattina?»
Le dita strinsero le mie.
Sì.
«Era Lorenzo?»
Nessuna risposta.
«Andrea Valli?»
Per la prima volta, il monitor accelerò.
Il medico si avvicinò.
«Basta.»
«Un’altra domanda.»
«Signor Rinaldi—»
«Viola.»
Mi chinai verso di lei.
«Andrea ti stava aiutando?»
Una lacrima comparve all’angolo dell’occhio di mia figlia.
Poi le dita si chiusero.
Sì.
Il medico aumentò nuovamente la sedazione.
Dovetti lasciare la sua mano.
Fuori dalla stanza Grandi mi raggiunse.
«Se interpretiamo correttamente le risposte, Valli era in contatto con sua figlia.»
«E probabilmente era lui nella cucina.»
«Questo non lo scagiona dall’aggressione.»
«No.»
Ma spiegava la fotografia.
Forse non era stata scattata dai responsabili.
Forse qualcuno l’aveva rubata dal telefono di Andrea.
Il mio cellulare vibrò.
Questa volta non era il numero sconosciuto.
Era Lorenzo.
O almeno il suo numero.
Risposi.
«Lorenzo.»
Per alcuni secondi sentii soltanto respirare.
Poi una voce.
Debole.
«Matteo.»
Mi fermai.
«Dove sei?»
«Non posso dirtelo.»
«Sei ferito?»
Una risata spezzata.
«Abbastanza.»
«Chi ti ha fatto questo?»
«Non importa. Ascoltami.»
«Dimmi dove sei.»
«Ascoltami!»
La sua voce cedette.
Poi tornò bassa.
«Andrea non ha toccato Viola.»
Guardai Grandi.
Aveva già fatto segno a un agente di localizzare la chiamata.
«Come lo sai?»
«Perché Andrea era con me quando è successo.»
Il corridoio sembrò congelarsi.
«Dove?»
«Stavamo cercando di raggiungerti. Qualcuno aveva capito che Viola aveva la prova.»
«Chi?»
Silenzio.
«Lorenzo, chi?»
Sentii un rumore metallico dall’altra parte.
«La persona che ha ordinato tutto nove anni fa.»
«Dammi un nome.»
Lorenzo respirò con fatica.
«La busta contiene il nome.»
«Viola l’ha data ad Andrea.»
«Lo so.»
Mi irrigidii.
«Allora dov’è Andrea?»
«Non lo so più.»
Un rumore.
Come una porta aperta in lontananza.
Lorenzo sussurrò:
«Mi hanno trovato.»
La linea rimase aperta.
«Lorenzo.»
Nessuna risposta.
«Lorenzo!»
Poi sentii una voce maschile, lontana.
Non distinguevo le parole.
Un colpo secco.
La chiamata terminò.
Grandi guardò l’agente.
«Posizione?»
«Aggancio parziale. Zona industriale a nord. Sto restringendo.»
Il telefono vibrò ancora.
Numero sconosciuto.
Questa volta il messaggio conteneva un indirizzo.
Sotto:
SE VUOI LORENZO VIVO, VIENI DA SOLO.
Grandi lesse sopra la mia spalla.
«Non ci pensa nemmeno.»
Io fissai l’indirizzo.
«È una trappola.»
«Finalmente siamo d’accordo.»
«Non ho detto che non ci andrò.»
Grandi fece un passo davanti a me.
«Se entra lì da solo, farà esattamente quello che vogliono.»
«Lo so.»
«Allora?»
Gli mostrai nuovamente il messaggio.
«Hanno commesso un errore.»
«Quale?»
«Pensano ancora che io sia il bersaglio.»
Guardai attraverso il vetro verso Viola.
«Ma se la busta è con Andrea, io non sono più la persona che possiede ciò che vogliono.»
Grandi rimase immobile.
Poi capì.
«Lei è l’esca.»
«Esatto.»
Quaranta minuti dopo eravamo a tre isolati dall’indirizzo.
Niente sirene.
Niente lampeggianti.
Grandi aveva uomini sui lati nord e sud.
Io sarei entrato visibile.
Non solo.
Visibile.
Il capannone sembrava abbandonato.
La porta laterale era aperta.
Entrai.
«Lorenzo?»
Silenzio.
Poi vidi una sedia sotto una lampada.
Lorenzo era legato.
Testa abbassata.
Sangue sulla camicia.
Vivo.
Feci un passo.
Lui sollevò lentamente il volto.
«Matteo... no.»
Troppo tardi.
Le luci si accesero.
Una figura uscì dall’ombra alle mie spalle.
Non mi voltai immediatamente.
Perché Lorenzo non stava guardando quella persona.
Stava guardando qualcuno sul ballatoio sopra di noi.
Alzai gli occhi.
Un uomo anziano avanzò fino alla ringhiera.
Capelli grigi.
Postura ancora perfettamente militare.
Conoscevo quel volto.
Avevo ricevuto medaglie dalle sue mani.
Aveva partecipato al mio matrimonio.
Viola lo aveva chiamato «zio» per metà della sua infanzia.
Il generale Carlo Venturi sorrise.
C.V.
Non era soltanto il nome di un programma.
Erano anche le sue iniziali.
«Bentornato a casa, Matteo», disse.
**Continua — premi Parte 7 per continuare a leggere.**







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