Per alcuni secondi nessuno disse una parola. Continuavo a guardare Riccardo, aspettando quasi che sorridesse e ammettesse di essersi espresso male. Mio padre, Vittorio Ferri, era morto ventidue anni prima in un incidente sulla strada tra Siena e il paese dove abitavamo. Avevo venticinque anni. Ricordavo la telefonata ricevuta alle cinque e diciassette del mattino, mia madre seduta in cucina con le mani attorno a una tazza che non aveva mai bevuto, il funerale, la bara chiusa perché ci avevano detto che l'incidente aveva reso impossibile riconoscere il corpo senza esami. Ricordavo perfino il medico che aveva parlato con noi.
«Come si chiama?» domandai.
Riccardo abbassò gli occhi verso lo schermo.
«Dottor Giulio Serra.»
Il nome mi colpì come qualcosa riemerso da molto lontano.
«Era il medico legale.»
«All'epoca lavorava anche come consulente per una società immobiliare.»
De Santis si voltò immediatamente.
«Quale società?»
Riccardo esitò.
«La precedente società da cui, anni dopo, è nata Valdoro.»
Franco bestemmiò sottovoce.
Mi avvicinai a Riccardo.
«Tu sapevi tutto questo da quattordici anni?»
«No. Ho scoperto il collegamento con Serra soltanto otto mesi fa.»
«E non mi hai detto niente.»
«Perché non sapevo se fosse un collegamento reale o una coincidenza.»
«Però hai investito nella società.»
Riccardo serrò la mascella.
«Ho investito in una fiduciaria immobiliare sette anni fa. Non sapevo che dietro alcuni progetti ci fosse Valdoro. Quando l'ho scoperto, sono uscito.»
Franco scosse la testa.
«Che spiegazione comoda.»
De Santis alzò una mano.
«Le accuse le lasci fare a noi.»
Poi guardò me.
«Signor Ferri, dobbiamo controllare il capanno.»
Uscimmo dalla casa quando ormai il cielo stava diventando viola. La festa era quasi scomparsa. Restavano tavoli, bicchieri e decorazioni abbandonate. Claudia sedeva da sola su una sedia pieghevole, senza tiara. Quando mi vide passare si alzò.
«Signor Ferri.»
Non mi fermai.
«Mi dispiace.»
Quelle due parole mi fecero voltare.
Claudia stringeva il telefono tra le mani.
«Per quello che ho fatto prima. Non sapevo.»
La rabbia che avevo provato verso di lei sembrava appartenere a un'altra giornata.
«Ne parleremo dopo.»
«C'è una cosa.»
Mi fermai.
«Franco mi aveva chiesto di chiamarlo se qualcuno si fosse avvicinato al capanno.»
Franco si voltò di scatto.
«Claudia.»
«No. Basta.» Lo guardò con disgusto. «Mi hai fatto sembrare una criminale.»
Poi tornò verso di me.
«Stamattina ho visto un uomo uscire da lì.»
Il silenzio cadde di nuovo.
«Che uomo?»
«Sui sessant'anni. Capelli grigi. Giacca scura. Quando mi ha vista, mi ha chiesto se fossi Elena.»
De Santis si avvicinò.
«E lei cosa ha risposto?»
«Che non conoscevo nessuna Elena. Lui è salito su una macchina ed è andato via.»
«Targa?»
Claudia scosse la testa, poi si bloccò.
«Aspetti.»
Aprì il telefono e cercò tra le fotografie della festa.
«Una mia amica ha fotografato l'allestimento stamattina.»
Scorse alcune immagini.
Nella quarta, dietro il gonfiabile ancora sgonfio, compariva una berlina nera vicino al capanno.
La targa era visibile.
De Santis la fotografò e la inviò immediatamente.
«Nessuno si avvicina al capanno finché non arriva un'altra pattuglia.»
Aspettammo quasi venti minuti. Furono i venti minuti più lunghi della mia vita. Matteo mi chiese se la mamma fosse in pericolo. Gli risposi che non lo sapevo. Era la verità, e odiavo doverla dire.
Quando arrivarono altri due carabinieri, entrammo.
Il vecchio capanno odorava di legno umido, benzina e terra. All'apparenza era identico a come lo ricordavo: attrezzi, corde, una motosega, vecchi secchi. Franco indicò una scaffalatura sulla parete posteriore.
La spostammo.
Dietro c'era una botola.
«Questa non esisteva», dissi.
«L'ha fatta Elena», rispose Franco.
Sotto trovammo una scala metallica che scendeva per circa tre metri.
De Santis andò per primo.
Quando raggiunsi il fondo, la luce della torcia illuminò un piccolo ambiente scavato nella terra. Non c'era nessuna sorgente.
C'erano scatole.
Decine.
Alcune sembravano vecchie di trent'anni.
Su molte era scritto un nome.
FERRI.
Aprii la più vicina.
Dentro c'erano registri contabili, fotografie e documenti risalenti agli anni Novanta. Riccardo ne prese uno e impallidì.
«Questi sono atti di compravendita.»
«Di cosa?»
«Terreni.»
De Santis aprì un registro.
Pagina dopo pagina comparivano nomi di famiglie della zona. Accanto, cifre. Alcuni nomi erano barrati.
Poi trovai quello di mio padre.
VITTORIO FERRI.
Accanto c'era scritto: RIFIUTA.
Sotto, una data.
Tre settimane prima della sua morte.
Mi si chiuse la gola.
Voltai pagina.
C'era una fotografia.
Mio padre, molto più giovane di come lo ricordavo, davanti allo stesso capanno.
Accanto a lui c'erano tre uomini.
Uno era Giulio Serra.
Il secondo non lo conoscevo.
Il terzo mi fece quasi cadere la fotografia.
«No.»
Riccardo si avvicinò.
«Alessandro?»
Non riuscivo a distogliere gli occhi.
Conoscevo quell'uomo.
Era mio zio Carlo, il fratello maggiore di mio padre, morto secondo la mia famiglia cinque anni prima dell'incidente di Vittorio.
Solo che sul retro della fotografia c'era una data.
Era stata scattata due anni dopo la presunta morte di Carlo.
De Santis ricevette una chiamata proprio in quel momento.
Ascoltò, poi guardò Claudia, che era rimasta sopra con gli altri.
«Abbiamo la targa della berlina.»
«Di chi è?»
Il maresciallo mi fissò.
«È intestata a Giulio Serra.»
Sentii il terreno mancarmi sotto i piedi.
«Quindi è vivo.»
«Sì.»
De Santis esitò.
«E c'è dell'altro. Serra ha ottantadue anni e risulta residente a meno di trenta chilometri da qui.»
Franco fece un passo indietro.
Ma io stavo ancora guardando la fotografia.
Sul bordo inferiore, quasi nascosta dal pollice di mio padre, c'era una quarta persona.
Una donna.
Girando meglio la foto, vidi finalmente il suo volto.
Era mia madre.
E tra le braccia teneva un bambino.
Riccardo guardò la data, poi me.
«Alessandro… tu a quel tempo avevi già sette anni.»
Non riuscivo a respirare.
Perché il bambino nella fotografia non potevo essere io.
E sul retro, sotto la data, mio padre aveva scritto soltanto tre parole:
MIO FIGLIO, TOMMASO.







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