Divertimento

Sono Tornato Al Mio Ranch Con I Miei Figli, Ma Una Donna Mi Ha Urlato: «Fuori Dalla Mia Proprietà» — Poi Sono Arrivati I Carabinieri E Una Bugia Sepolta Da 22 Anni È Venuta A Galla

Franco non tentò di scappare. Fu questo a rendere quel momento ancora più inquietante. Rimase fermo davanti a noi con il mazzo di chiavi stretto nel pugno, mentre De Santis gli ordinava di posarlo lentamente sul cofano del pick-up. Lorenzo abbassò il finestrino, ma gli feci immediatamente cenno di richiuderlo.

«Franco», dissi. «Dimmi che Elena si sbaglia.»

Lui appoggiò le chiavi sul cofano.

«Non si sbaglia.»

Sentii Riccardo trattenere il respiro.

«Tu sei Tommaso?»

Franco mi guardò finalmente negli occhi.

«No.»

La risposta mi spiazzò.

De Santis indicò la registrazione ancora aperta sul computer.

«Allora perché la signora Elena ha detto di cercare l'uomo che possiede le chiavi del ranch?»

«Perché sapeva che io potevo portarvi da lui.»

«Da Tommaso?»

Franco annuì.

«Perché non l'hai detto prima?» chiesi.

«Perché Tommaso mi ha salvato la vita.»

Non capivo più se stessi ascoltando una confessione o un'altra menzogna.

Franco si sedette sul bordo del tavolo da picnic, proprio accanto a ciò che restava della torta di Claudia.

«Dodici anni fa avevo debiti. Molti. Mia moglie era malata e io avevo venduto quasi tutto. Una sera un uomo venne a casa mia e pagò direttamente una parte delle cure. Non mi chiese niente in cambio. Due anni dopo mi trovò questo lavoro.»

«Io ti ho assunto», dissi.

«Tu hai firmato il contratto. Ma qualcuno fece arrivare il mio nome a Riccardo.»

Guardai l'avvocato.

Riccardo aggrottò la fronte.

«La candidatura mi arrivò tramite un'agenzia.»

«Un'agenzia che non esiste più», rispose Franco.

De Santis prese nota.

«E quell'uomo era Tommaso?»

«Allora non conoscevo il suo vero nome. Si faceva chiamare Andrea.»

Andrea.

Quel nome non mi diceva niente.

«Descrivilo.»

Franco scosse la testa.

«Non serve.»

«Perché?»

«Perché lo conosci.»

Elena aveva detto la stessa cosa.

Franco mi fissò.

«Ti ricordi l'incendio di cinque estati fa?»

Lo ricordavo. Una notte di luglio un fulmine aveva incendiato una fascia di bosco a pochi chilometri dal ranch. Le fiamme non erano mai arrivate alla casa grazie ai vigili del fuoco e a diversi volontari.

«C'era un uomo che rimase qui fino all'alba», continuò Franco. «Alto, barba grigia, una cicatrice sulla mano sinistra.»

Il ricordo arrivò lentamente.

«Andrea Rinaldi.»

Franco annuì.

Lo conoscevo. Non bene, ma abbastanza. Gestiva un piccolo consorzio agricolo della zona. Mi aveva aiutato più volte a trovare legname, riparare un trattore e perfino recuperare Lorenzo quando, a undici anni, era caduto dalla bicicletta sulla strada sterrata. Avevamo bevuto caffè insieme.

«Andrea ha quarantadue anni?»

«Quarantatré tra due mesi.»

Mi sedetti.

Tommaso.

Mio fratello.

Un uomo che era entrato e uscito dalla mia vita senza mai dirmi chi fosse.

«Perché?»

Franco sembrò capire la domanda.

«Perché credeva che Vittorio fosse morto a causa sua.»

Il vento mosse le tovaglie abbandonate.

«Spiegati.»

«Anna Bellini lavorava per la famiglia di tuo padre. Quando rimase incinta, Vittorio riconobbe Tommaso in segreto. Tua madre lo sapeva.»

La fotografia.

Finalmente capii perché mia madre teneva quel bambino.

«Perché in segreto?»

«Perché Anna era sposata.»

Riccardo intervenne.

«Con Marcello Bellini.»

Quel nome compariva nel registro.

RIFIUTA.

PRESSIONE.

VENDUTO.

Franco annuì.

«Marcello scoprì che Tommaso non era suo figlio. Ma non fu quello il vero problema. Anna aveva trovato documenti che dimostravano che alcuni terreni venivano acquisiti con minacce e autorizzazioni falsificate. Vittorio voleva aiutarla a denunciare tutto.»

«E Carlo?»

Franco abbassò la voce.

«Carlo lavorava con loro.»

Sentii un dolore quasi fisico.

Mio zio non era morto quando la famiglia me lo aveva raccontato. Aveva semplicemente cambiato identità.

«Vittorio scoprì che suo fratello partecipava alle operazioni. Cercò di fermarlo. Tre settimane dopo morì.»

«E Tommaso?»

«Anna lo affidò temporaneamente a tua madre. È la fotografia che hai trovato. Poi qualcuno minacciò di prendere il bambino. Anna accettò di sparire e Tommaso venne adottato sotto un'altra identità.»

De Santis si avvicinò.

«Come sai tutto questo?»

«Me l'ha raccontato Andrea.»

«Dove si trova?»

Franco esitò.

«Non lo so.»

De Santis perse la pazienza.

«Signor Moretti, questa sera ha già ammesso diversi illeciti. Se continua a nascondere informazioni…»

«Non sto proteggendo lui!»

Franco si alzò.

«Sto proteggendo Elena.»

Il mio cuore accelerò.

«Dov'è?»

Franco mi guardò.

«Con Andrea.»

«Dove?»

«Doveva essere al sicuro.»

Quelle parole mi terrorizzarono più di qualsiasi altra cosa.

«Dove, Franco?»

«In un agriturismo abbandonato vicino a Montalcino.»

De Santis chiamò immediatamente la centrale.

Io presi le chiavi del pick-up.

«Lei resta qui», disse.

«È la madre dei miei figli.»

«E se qualcuno li sta cercando, portarla con noi significa lasciare i suoi figli senza protezione.»

Mi fermai.

Aveva ragione.

Odiavo che avesse ragione.

Trascorsero venticinque minuti prima che arrivasse la risposta dalla pattuglia inviata all'agriturismo.

De Santis ascoltò al telefono senza interrompere.

Poi il suo volto cambiò.

«Quando?»

Silenzio.

«Avete controllato tutto?»

Chiuse la chiamata.

«Elena non c'è.»

«E Andrea?»

«Nemmeno.»

«Allora dove sono?»

«La casa è vuota da almeno due giorni.»

Franco impallidì.

«Impossibile.»

«Hanno trovato però questo.»

De Santis ricevette una fotografia e me la mostrò.

Era una parete dell'agriturismo.

Qualcuno aveva scritto con un pennarello nero:

IL REGISTRO IN CAMBIO DEI RAGAZZI.

Mi si fermò il cuore.

Mi voltai di scatto verso il pick-up.

Lorenzo e Matteo erano ancora dentro.

Corsi.

Aprii la portiera.

«State bene?»

«Papà, che succede?» chiese Lorenzo.

Li abbracciai entrambi prima ancora di rendermi conto di farlo.

Poi il telefono di Matteo emise un suono.

Un messaggio.

«È mamma», disse.

Glielo presi delicatamente.

Numero sconosciuto.

C'era una fotografia scattata pochi minuti prima.

Elena era seduta su una sedia in una stanza che non riconoscevo. Non sembrava ferita, ma aveva gli occhi pieni di paura.

Accanto a lei c'era Andrea Rinaldi.

Tommaso.

Sotto la fotografia, una frase:

PORTA IL REGISTRO DOVE TUO PADRE È MORTO. DOMANI, ORE 6:00. DA SOLO.

De Santis lesse il messaggio sopra la mia spalla.

«Non ci andrà.»

Ma io non stavo più guardando le parole.

Stavo ingrandendo la fotografia.

Sul vetro della finestra dietro Elena si rifletteva l'uomo che aveva scattato la foto.

Il volto era sfocato.

Ma sulla mano che reggeva il telefono c'era un grosso anello d'oro con uno stemma.

Conoscevo quell'anello.

Lo avevo visto per tutta la mia infanzia.

Apparteneva a mio zio Carlo.

L'uomo che, secondo tutti, era morto ventisette anni prima.

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