Non dormii nemmeno un minuto. Alle quattro e venti del mattino il ranch era illuminato soltanto dai fari delle auto dei carabinieri e dalle lampade della veranda. Lorenzo e Matteo erano nella casa con una pattuglia e una collega di De Santis. Avevo protestato quando il maresciallo aveva insistito perché restassero lì, poi avevo capito che qualunque decisione avessi preso nelle ore successive non poteva includere loro. Il registro trovato sotto il capanno era sul tavolo davanti a noi, chiuso in una busta trasparente. De Santis aveva fatto fotografare ogni pagina. Quello che Carlo voleva, quindi, non era semplicemente l'informazione contenuta nel registro. Voleva l'originale.
«Perché?» domandai.
Riccardo, seduto dall'altra parte del tavolo, aveva passato le ultime due ore a confrontare date e società.
«Perché alcune annotazioni sono scritte a mano da persone morte. Le copie aiutano, ma l'originale può essere sottoposto a perizie su inchiostro, carta, grafia.»
«E può collegare Carlo alle operazioni.»
«Non soltanto Carlo.»
Spinse verso di me una fotografia di una pagina.
C'erano quattro iniziali ripetute accanto a diversi pagamenti.
C.F.
G.S.
M.B.
R.B.
Guardai Riccardo.
«R.B.»
Lui non abbassò gli occhi.
«Mio padre si chiamava Roberto Bassi.»
Mi alzai di scatto.
De Santis si mise tra noi.
«Alessandro.»
«Tu lo sapevi?»
«No.»
«Tuo padre lavorava con Carlo e Serra e tu vuoi farmi credere che hai scoperto tutto otto mesi fa?»
Riccardo sembrava devastato.
«Mio padre morì quando avevo diciannove anni. Mi lasciò uno studio pieno di debiti. Io ho passato metà della vita cercando di diventare l'opposto di lui.»
«E poi hai investito nella società nata dai loro affari.»
«Senza saperlo.»
«Quante coincidenze servono prima che una coincidenza diventi una bugia?»
Riccardo non rispose.
Alle cinque e dieci arrivò una comunicazione dalla centrale. Giulio Serra non era nella sua abitazione. Un vicino aveva riferito di averlo visto partire la sera precedente con una valigia.
Carlo, invece, ufficialmente non esisteva.
«Andiamo», dissi.
De Santis aveva preparato un piano. Io avrei portato il registro, ma sarei stato seguito a distanza. Nessuno mi disse quanti uomini sarebbero stati lungo la strada. Meglio così.
Prima di partire entrai nella casa.
Lorenzo era sveglio.
«Stai andando da mamma.»
Non era una domanda.
«Sì.»
«E se è una trappola?»
Mi sedetti accanto a lui.
«Lo è.»
«Allora perché vai?»
Guardai Matteo, addormentato sul divano.
«Perché alcune trappole devi attraversarle quando dall'altra parte c'è qualcuno che ami.»
Lorenzo abbassò gli occhi.
«Riportala indietro.»
Gli strinsi la spalla.
«È quello che intendo fare.»
Alle cinque e cinquantadue parcheggiai sul bordo della vecchia provinciale. Il luogo dell'incidente di mio padre era cambiato poco. Una curva stretta, cipressi, una scarpata e un piccolo spiazzo sterrato. Per ventidue anni avevo evitato quella strada.
Alle sei precise comparve una berlina nera.
Si fermò a cinquanta metri.
Scese un uomo.
Non ebbi bisogno di vedere l'anello.
Carlo era invecchiato, naturalmente. Capelli bianchi, schiena leggermente curva. Ma era lui.
«Alessandro.»
Sentire la sua voce fu peggio che vedere il suo volto.
«Dov'è Elena?»
«Prima il registro.»
«Prima Elena.»
Carlo sorrise.
«Sei uguale a Vittorio.»
«Non pronunciare il nome di mio padre.»
Il sorriso scomparve.
«Tuo padre ha distrutto questa famiglia.»
«Mio padre è morto proprio qui.»
«Sì.»
Quella risposta fu troppo semplice.
«Sei stato tu?»
Carlo guardò la curva.
«Vittorio doveva soltanto consegnarmi quei documenti. Arrivò arrabbiato. Disse che avrebbe denunciato tutti.»
«E tu l'hai ucciso.»
«No.»
«Chi allora? Serra?»
Carlo fece un passo avanti.
«Tuo padre non morì quella notte.»
Sentii il mondo fermarsi.
«Cosa?»
«L'incidente ci fu. Ma Vittorio uscì dall'auto vivo.»
La gola mi si chiuse.
«Stai mentendo.»
«Serra firmò il certificato. Il corpo nella bara non era quello di tuo padre.»
Le parole della sera precedente tornarono tutte insieme.
Riccardo aveva detto che il certificato era il problema.
«Dov'è andato?»
Carlo rise senza gioia.
«Questa è la domanda che mi ha perseguitato per ventidue anni.»
«Tu non sai dov'è?»
«No. Vittorio sparì con una parte delle prove.»
«E allora perché fingere la sua morte?»
«Perché Serra pensava di poterlo costringere a uscire allo scoperto. Ma Vittorio fu più intelligente.»
La portiera posteriore della berlina si aprì.
Elena scese.
«Alessandro!»
Feci un passo.
Carlo alzò una mano.
«Registro.»
Elena sembrava esausta, ma non era legata.
«Andrea dov'è?» gridai.
Carlo non rispose.
Elena invece urlò:
«Non darglielo!»
Un'altra auto comparve dietro la curva.
Carlo si voltò.
Per un istante pensai fossero i carabinieri.
Non lo erano.
Era un vecchio fuoristrada.
Si fermò tra noi.
La portiera si aprì.
Andrea Rinaldi scese lentamente.
Tommaso.
Aveva il viso tumefatto su un lato, ma camminava da solo.
«È finita, Carlo.»
Carlo impallidì.
«Tu dovevi restare dove ti avevo lasciato.»
Andrea sorrise.
«Hai sempre sottovalutato i figli di Vittorio.»
Figli.
Quella parola mi colpì.
Carlo infilò una mano nella giacca, ma prima che potesse fare altro si sentirono sirene da entrambe le direzioni.
De Santis.
Carlo guardò me.
«Se mi arrestano, non troverai mai tuo padre.»
«Hai appena detto di non sapere dov'è.»
«Non so dove vive.»
Si avvicinò di mezzo passo.
«Ma so chi lo ha visto tre giorni fa.»
I carabinieri apparvero sulla strada.
Elena corse verso di me.
La strinsi senza pensare, sentendo il suo corpo tremare.
Carlo venne immobilizzato pochi secondi dopo.
Andrea non oppose resistenza.
Mentre De Santis gli metteva le manette, Carlo continuava a fissarmi.
«Serra», disse.
«Cosa?»
«Giulio Serra ha incontrato Vittorio tre giorni fa.»
Mi avvicinai.
«Dove?»
Carlo sorrise.
«Chiedilo a tua madre.»
Il sangue mi gelò.
«Mia madre vive in una casa di riposo e non ricorda quasi più il mio nome.»
«Questo è quello che ti hanno fatto credere.»
Poi Carlo guardò Riccardo, appena arrivato con un'altra pattuglia.
«Chiedi al tuo avvocato chi paga realmente la struttura in cui vive tua madre.»
Mi voltai verso Riccardo.
Lui non disse nulla.
E quel silenzio fu sufficiente.
«Riccardo.»
«Alessandro, posso spiegare.»
«Chi paga la casa di riposo di mia madre?»
Riccardo chiuse gli occhi.
«Valdoro.»
Sentii Elena stringermi il braccio.
«Da quanto?»
Riccardo rispose quasi sottovoce.
«Da undici anni.»
In quel momento capii che il ranch non era mai stato il centro della storia.
Lo era stata la mia famiglia fin dall'inizio.







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