Per tutto il viaggio verso la struttura dove viveva mia madre non riuscii a smettere di pensare a quegli undici anni. Undici anni in cui avevo creduto di pagare personalmente ogni spesa attraverso un conto amministrato dallo studio di Riccardo. Undici anni di fatture, ricevute, telefonate, visite. Ogni volta che chiedevo perché la retta fosse aumentata, ricevevo una spiegazione perfettamente plausibile. Ogni volta che domandavo se mia madre avesse bisogno di qualcosa, mi dicevano che tutto era coperto. Ora capivo il motivo: qualcuno voleva sapere sempre dove fosse, chi la visitasse e quanto ricordasse.
De Santis ci seguiva con una pattuglia. Carlo era stato portato in caserma. Andrea, o Tommaso, era stato accompagnato in ospedale per controlli. Elena sedeva accanto a me.
Per quasi venti minuti non parlammo.
Poi dissi:
«Perché non me l'hai detto?»
Elena guardò fuori dal finestrino.
«Quale parte?»
«Tutto.»
«Perché tre anni fa non avevo tutto.»
«Avevi abbastanza per sapere che qualcuno fotografava i nostri figli.»
«Ed è proprio allora che ho deciso di non coinvolgerti.»
Strinsi il volante.
«Non era una decisione che spettava a te.»
«Lo so.»
La sua risposta mi disarmò.
«Pensavo di poterti proteggere. Poi ogni cosa che scoprivo rendeva più pericoloso parlartene. Riccardo aveva accesso ai tuoi documenti. Franco controllava il ranch. Valdoro conosceva i tuoi spostamenti. Non sapevo più di chi fidarmi.»
«Di me.»
Elena si voltò.
«Tu avresti fatto esattamente quello che hai fatto oggi. Saresti andato dritto da loro.»
Non potei negarlo.
«E Tommaso?»
«L'ho trovato otto mesi fa.»
«Lui sapeva di essere mio fratello?»
«Da quando aveva diciassette anni.»
Quella risposta fece più male di quanto mi aspettassi.
«E non mi ha mai cercato.»
«Ti ha cercato per tutta la vita, Alessandro. Solo che non ha mai avuto il coraggio di dirti chi fosse.»
Arrivammo alla residenza poco dopo le nove. La direttrice ci accolse con un sorriso che svanì appena vide De Santis.
«Vorrei vedere mia madre.»
«Certamente, signor Ferri.»
«E voglio sapere chi paga realmente la sua permanenza.»
La donna si irrigidì.
«Temo che queste siano informazioni amministrative.»
De Santis mostrò il tesserino.
«Allora iniziamo dall'amministrazione.»
Ci vollero meno di dieci minuti.
Valdoro non compariva direttamente. Le rette erano pagate da una fondazione privata, la Fondazione San Michele. Riccardo, interrogato telefonicamente, confermò che la fondazione era finanziata quasi interamente da società riconducibili alla stessa fiduciaria.
«Voglio vedere mia madre», ripetei.
La trovammo nel giardino interno.
Teresa Ferri aveva settantotto anni. Negli ultimi due anni mi era sembrata sempre più distante. A volte mi riconosceva subito. Altre volte mi chiamava Vittorio.
Quel mattino era seduta sotto un pergolato con un libro aperto sulle ginocchia.
«Mamma.»
Alzò lo sguardo.
E qualcosa nei suoi occhi mi fece fermare.
Non c'era confusione.
«Sei arrivato finalmente.»
Elena accanto a me trattenne il respiro.
Mi sedetti.
«Tu sai chi sono.»
Mia madre quasi sorrise.
«Sei mio figlio. Non sono mai stata così malata come ti hanno raccontato.»
Mi sentii tradito e sollevato nello stesso momento.
«Perché hai finto?»
«Perché undici anni fa Carlo venne a trovarmi.»
De Santis rimase qualche passo indietro, ascoltando.
«Mi disse che se avessi parlato di Vittorio, avrebbe cominciato dai miei nipoti. All'epoca Lorenzo aveva tre anni.»
Chiusi gli occhi.
«Sapevi che papà era vivo?»
«Sapevo che non era morto nell'incidente.»
«Dov'è?»
Per la prima volta mia madre esitò.
«Non lo sapevo fino a tre giorni fa.»
Il cuore mi martellò.
«Lo hai visto?»
Lei annuì.
«È venuto qui.»
Non riuscii a parlare.
«Perché non mi ha cercato?»
Mia madre chiuse il libro.
«Perché credeva che Carlo controllasse ancora ogni persona vicina a te. Vittorio aveva passato ventidue anni a raccogliere prove.»
«Ventidue anni? Ha lasciato me e te per ventidue anni?»
La rabbia arrivò improvvisa.
«Mi ha lasciato credere che fosse morto.»
«Sì.»
«Mi ha lasciato seppellire una bara vuota.»
«Sì.»
«E tu lo difendi?»
«No.»
La sua voce era ferma.
«Non ti chiedo di perdonarlo. Ti chiedo soltanto di ascoltare ciò che ha scoperto.»
Aprì il libro.
Dentro c'era una chiave e un biglietto.
Sul biglietto riconobbi la grafia di mio padre.
STAZIONE DI SIENA. DEPOSITO BAGAGLI 214.
Sotto:
PER ALESSANDRO E TOMMASO.
Due ore dopo ero davanti all'armadietto 214 con Elena, De Santis e Tommaso, dimesso dall'ospedale.
Era la prima volta che io e mio fratello rimanevamo davvero uno accanto all'altro.
«Mi dispiace», disse.
«Per cosa?»
«Per non avertelo detto.»
Lo guardai.
«Ne parleremo quando questa storia sarà finita.»
Inserii la chiave.
Dentro c'era una valigia nera.
De Santis la aprì.
Documenti. Registrazioni. Fotografie. Un vecchio registratore e una busta con il mio nome.
Ma sopra tutto c'era una lettera datata tre giorni prima.
Figli miei,
se state leggendo insieme queste parole, significa che almeno una cosa l'ho fatta bene: siete entrambi vivi.
Mi dovetti fermare.
Tommaso continuò a leggere.
Vittorio spiegava di aver simulato la propria morte dopo aver scoperto che Carlo, Serra, Roberto Bassi e altri stavano acquisendo terreni attraverso minacce, frodi e società di comodo. L'incidente non era stato programmato. Aveva sfruttato il caos per sparire dopo che Serra aveva accettato di dichiararlo morto in cambio di una parte dei documenti.
Ma poi arrivammo all'ultima pagina.
Lì la storia cambiava.
Non era stato Carlo a ordinare le minacce contro Elena.
Non era stato Serra.
Qualcuno aveva riattivato l'intera rete negli ultimi anni.
Qualcuno più giovane.
Qualcuno che conosceva i miei conti, i miei figli, il ranch e perfino le condizioni di mia madre.
Vittorio aveva scritto un nome.
RICCARDO BASSI.
Tommaso mi guardò.
«Quindi mentiva.»
De Santis prese immediatamente il telefono.
Ma Elena indicò un'altra riga.
«Aspettate.»
In fondo alla lettera c'era scritto:
Riccardo non sa che ho scoperto la verità. Se Carlo viene arrestato, lui cercherà l'unica prova che può distruggerlo: il registro originale.
Sentii il sangue gelarsi.
Il registro.
Era rimasto al ranch.
Con Lorenzo e Matteo.
Chiamai il carabiniere che li sorvegliava.
Nessuna risposta.
Chiamai Lorenzo.
Una volta.
Due.
Alla terza rispose.
«Papà.»
La sua voce era bassissima.
«Lorenzo, ascoltami. Dov'è Riccardo?»
Silenzio.
Poi mio figlio sussurrò:
«È qui.»
Mi si fermò il cuore.
«Dove sei?»
«Nella casa.»
«E Matteo?»
«Con me.»
Sentii un rumore dall'altra parte.
Una porta che si apriva.
Lorenzo smise di respirare.
Poi una voce che conoscevo da quattordici anni disse:
«Ragazzi, vostro padre mi ha chiesto di portarvi da lui.»
La chiamata si interruppe.







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