Rilessi quelle tre parole finché persero quasi significato. MIO FIGLIO, TOMMASO. La grafia era quella di mio padre. Non avevo bisogno di una perizia per riconoscerla: avevo ancora alcune sue lettere in una scatola a Firenze, biglietti di compleanno, appunti lasciati sul frigorifero, persino una vecchia lista di cose da comprare che mia madre non aveva mai avuto il coraggio di buttare. Vittorio scriveva la T in un modo particolare, con il tratto superiore inclinato verso destra. Era la stessa T.
«Non ho un fratello.»
Lo dissi piano, più a me stesso che agli altri.
Franco fissava il pavimento.
«Franco.»
Nessuna risposta.
«Guardami.»
Alzò lentamente gli occhi.
«Tu sapevi di Tommaso?»
«Sapevo che esisteva un nome.»
«Non giocare con le parole.»
«Non sapevo chi fosse.»
De Santis prese la fotografia e la inserì in una busta trasparente.
«Dobbiamo evitare conclusioni. Una scritta sul retro non prova necessariamente una parentela.»
Aveva ragione. Ma mia madre teneva quel bambino tra le braccia.
«Voglio parlare con Giulio Serra.»
«Non adesso», rispose De Santis.
«Era qui stamattina.»
«Proprio per questo.»
Il maresciallo indicò le scatole.
«Se questi documenti sono autentici, potremmo trovarci davanti a fatti molto più seri di un affitto abusivo.»
Riccardo stava esaminando un registro senza toccarlo.
«Questi terreni.»
«Cosa?» chiesi.
«Guarda i cognomi.»
Mi avvicinai. Ne riconobbi alcuni. Bianchi, Conti, Rinaldi, Bellini. Famiglie che possedevano poderi nella zona quando ero ragazzo.
«Molti vendettero negli anni Novanta», dissi.
«Sì. Dopo incendi, debiti, problemi con le autorizzazioni, incidenti.»
Riccardo indicò le annotazioni.
OFFERTA. RIFIUTA. PRESSIONE.
La parola compariva ripetutamente.
Poi, dopo alcune settimane o mesi: VENDUTO.
Accanto al nome di mio padre, invece, c'era soltanto RIFIUTA.
Tre settimane dopo era morto.
Mi appoggiai alla parete.
Improvvisamente il ranch non sembrava più il luogo tranquillo dove avevo portato i miei figli per anni. Ogni asse, ogni pietra, ogni metro di terra sembrava nascondere qualcosa.
«Perché mio padre conservava tutto questo?»
Franco rispose.
«Elena pensava che stesse raccogliendo prove.»
Mi voltai.
«Elena sapeva di Tommaso?»
«Non lo so.»
«Basta con i non lo so.»
«È la verità!»
Per la prima volta Franco alzò la voce.
«Credi che Elena mi raccontasse tutto? Tre anni fa mi chiamò e mi disse che qualcuno stava usando il tuo nome per entrare nella proprietà. Poi trovammo la botola. Da quel momento cominciò a venire qui. Mi fece promettere che non ti avrei detto niente finché non avesse capito chi poteva essere coinvolto.»
«E tu hai accettato.»
«Perché aveva paura per Lorenzo e Matteo.»
Quella frase mi fermò.
«Per i miei figli?»
Franco annuì.
«Una settimana dopo aver trovato i primi documenti, qualcuno fotografò Matteo fuori dalla scuola.»
Sentii il sangue diventare freddo.
«Cosa hai detto?»
«Elena ricevette la fotografia sul telefono. Nessun messaggio. Solo Matteo che usciva dal cancello.»
Feci un passo verso di lui.
«E nessuno ha pensato di dirmelo?»
«Lei voleva farlo. Poi arrivò una seconda fotografia. Lorenzo durante un allenamento.»
Dovetti voltarmi. La rabbia era diventata qualcosa di diverso, più profondo.
«Dove sono quelle fotografie?»
«Forse sulla chiavetta.»
De Santis ci fece risalire. Quando tornai fuori era ormai buio. Lorenzo e Matteo erano seduti nel pick-up. Claudia e quasi tutti gli invitati se n'erano andati; rimanevano soltanto poche auto.
Presi il telefono.
«Chiamo Elena.»
Avevo provato altre volte quella sera, senza risposta. Stavolta il telefono squillò una volta.
Poi qualcuno rispose.
«Elena?»
Silenzio.
«Elena, sono Alessandro.»
Una respirazione leggera.
«Dove sei?»
Finalmente una voce.
«Non andare da Serra.»
Era lei.
«Dove sei?»
«Ascoltami. Prendi i ragazzi e lascia il ranch.»
«No. Devi dirmi cosa sta succedendo.»
«Alessandro, per una volta non discutere.»
Quella frase era così tipicamente sua che per un secondo dimenticai tutto.
«Ho trovato la fotografia.»
Silenzio.
«Quale fotografia?»
«Mia madre. Mio padre. Carlo. Il bambino.»
Elena non rispose.
«Chi è Tommaso?»
Sentii un rumore dall'altra parte.
«Elena?»
«Non posso dirtelo al telefono.»
«Allora dimmi dove sei.»
«Non ancora.»
«Sei in pericolo?»
Una pausa.
«Non sono io quella di cui devi preoccuparti.»
Guardai verso il pick-up.
Lorenzo stava parlando con Matteo.
«Che significa?»
«Tommaso non è un bambino scomparso, Alessandro.»
Il cuore mi batté più forte.
«È vivo?»
«Sì.»
«Dov'è?»
Elena inspirò.
«È stato vicino a te per anni.»
Prima che potessi rispondere, la chiamata si interruppe.
Provai immediatamente a richiamare.
Telefono spento.
«Che ha detto?» domandò Riccardo.
Lo ignorai.
Quelle parole continuavano a ripetersi nella mia testa.
È stato vicino a te per anni.
Guardai Franco.
Poi Riccardo.
Poi De Santis.
Ognuno improvvisamente mi sembrò diverso.
Un carabiniere uscì dalla casa con la chiavetta USB.
«Maresciallo, abbiamo trovato una cartella protetta. Siamo riusciti ad aprirla.»
De Santis prese il portatile.
Sul desktop comparvero sei fotografie.
Le prime due erano quelle descritte da Franco: Matteo fuori dalla scuola, Lorenzo all'allenamento.
La terza mostrava Elena davanti al ranch.
La quarta me, mentre uscivo dal mio ufficio a Firenze.
La quinta era stata scattata soltanto tre mesi prima.
Io e i miei figli seduti davanti a una gelateria.
Qualcuno ci osservava dall'altro lato della strada.
Poi aprirono la sesta.
Non era una fotografia di noi.
Era un documento.
Un certificato di nascita.
Nome: Tommaso Ferri.
Padre: Vittorio Ferri.
Madre: Anna Bellini.
«Non è tua madre», disse Riccardo.
No.
Non lo era.
Ma conoscevo quel cognome.
Bellini.
Era uno dei nomi barrati nel registro sotterraneo.
De Santis scorse verso il basso.
La data di nascita indicava che Tommaso aveva quarantadue anni.
Poi comparve una seconda pagina.
Cambio di identità autorizzato dopo l'adozione.
Il nuovo cognome era coperto da una macchia d'inchiostro, ma il nome era ancora leggibile.
Tommaso.
In fondo alla cartella c'era un file audio registrato da Elena undici giorni prima.
Lo avviai.
La sua voce riempì la stanza.
«Ho finalmente trovato Tommaso. Alessandro lo conosce già, ma non sa chi è davvero.»
Una pausa.
«Se mi succede qualcosa, cercate l'uomo che da sei anni possiede le chiavi del ranch.»
Tutti ci voltammo lentamente.
Franco era ancora lì.
Ma aveva smesso di guardarci.
E nella sua mano stringeva proprio il mazzo di chiavi che De Santis gli aveva restituito pochi minuti prima.







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