Tre ragazzi universitari privilegiati avevano frantumato la mandibola di mia figlia diciannovenne in sei punti, poi avevano riso perché erano convinti che le loro famiglie potenti potessero comprare il suo silenzio. Quello che non sapevano era che il padre tranquillo in piedi accanto al suo letto d’ospedale aveva un tempo comandato una delle unità per operazioni speciali più segrete delle Forze Armate italiane… e che avevano appena costretto a tornare in azione un uomo che lo Stato aveva cancellato.
Il medico era in piedi accanto alla radiografia illuminata e indicava ogni frattura con la punta della penna.
«Colonnello Rinaldi», disse a bassa voce, «questo non è stato fatto per spaventarla. Chiunque sia stato voleva distruggerla.»
Distruggerla.
Quelle parole mi colpirono più forte di qualsiasi esplosione a cui fossi sopravvissuto all’estero.
Dietro la tenda tirata a metà, Giulia giaceva immobile sotto le luci dell’ospedale. Aveva la mandibola immobilizzata. Lividi violacei le circondavano entrambi gli occhi e il sangue ormai secco le aveva impastato i capelli.
Mi sedetti accanto a lei e le strinsi la mano.
«Papà è qui», sussurrai.
Le sue dita si chiusero debolmente intorno alle mie.
Quel piccolo movimento quasi mi spezzò.
Per diciannove anni le avevo nascosto la verità.
Per Giulia, io ero Daniele Rinaldi, un padre vedovo proprietario di una piccola società di consulenza per la sicurezza che si rifiutava di parlare delle cicatrici che gli attraversavano il corpo.
Sapeva che avevo servito nelle Forze Armate.
Non sapeva che tipo di soldato fossi stato.
Daniele Rinaldi era il nome riportato sulla mia patente.
Ma all’interno degli archivi classificati del Ministero della Difesa ero conosciuto come il Colonnello Daniele Valli, comandante della Task Force Spettro.
La mia unità operava oltre i confini, oltre i registri ufficiali e, a volte, persino senza che il Parlamento sapesse della nostra esistenza. Liberavamo ostaggi che i governi avevano abbandonato, davamo la caccia a criminali di guerra che nessun tribunale riusciva a raggiungere e smantellavamo organizzazioni i cui nomi non sarebbero mai apparsi sui giornali.
Non esistevano fotografie della mia squadra.
Nessuna medaglia veniva esposta pubblicamente.
Nessuna missione poteva essere riconosciuta ufficialmente.
Per i comandanti nemici ero conosciuto soltanto come il Colonnello Fantasma.
Poi nacque Giulia.
Sua madre morì durante il parto e, mentre stringevo mia figlia appena nata contro il petto, capii che avevo trascorso tutta la vita a sopravvivere alle guerre senza aver mai imparato davvero a vivere.
Così me ne andai.
Il Ministero della Difesa sigillò i miei fascicoli. Sulla carta, la mia unità venne sciolta. Mi trasferii in una città tranquilla, aprii una piccola attività e diventai il padre che Giulia meritava.
O almeno così credevo.
L’incubo cominciò alle 23:47 di quella notte.
L’Ospedale San Michele mi chiamò per dirmi che Giulia era stata aggredita vicino all’edificio della facoltà di Scienze della sua università.
La sicurezza del campus sosteneva che non ci fossero testimoni.
Le telecamere, a quanto pareva, avevano avuto un malfunzionamento.
I telefoni di emergenza vicino all’edificio risultavano inspiegabilmente fuori servizio.
Nessuno aveva visto niente.
Troppo pulito.
Troppo coordinato.
Qualcuno aveva già iniziato a insabbiare tutto prima ancora che mia figlia arrivasse in ospedale.
Dentro la busta delle prove che conteneva la felpa strappata di Giulia, notai un pezzo di carta macchiato di sangue rimasto incastrato sotto il tessuto.
C’erano scritti tre nomi.
Edoardo Conti.
Brando Ferri.
Tommaso Moretti.
Conoscevo quei cognomi.
Il padre di Conti controllava quasi metà degli appalti edilizi della città e aveva fornito attrezzature a diverse basi militari.
La madre di Ferri era una senatrice della Repubblica che sedeva nella Commissione Difesa.
La famiglia Moretti aveva donato milioni all’università e finanziava società private del settore della difesa con contratti pubblici.
Quei ragazzi non si erano limitati ad aggredire mia figlia.
L’avevano scelta perché erano convinti che le loro famiglie li avessero resi intoccabili.
Un ispettore della Polizia di Stato incaricato del caso entrò nella stanza venti minuti dopo. Guardò appena Giulia prima di chiudere il taccuino.
«Questi casi sono complicati, colonnello Rinaldi», disse. «Senza testimoni né registrazioni video, temo che non ci sia molto che possiamo fare.»
Studiai il suo volto.
Evitava il mio sguardo.
Le mani gli tremarono leggermente quando pronunciò il nome Moretti.
Era già stato comprato… oppure minacciato.
«Allora immagino che la vostra indagine sia già conclusa», dissi.
Un lampo di sollievo gli attraversò il viso.
Aveva scambiato la mia calma per resa.
Era lo stesso errore che avevano commesso altri uomini in Afghanistan, in Siria e in luoghi nei quali lo Stato italiano non avrebbe mai ammesso ufficialmente che fossimo entrati.
Uscii nel corridoio vuoto dell’ospedale ed estrassi dal portafoglio una vecchia moneta commemorativa militare.
Sulla superficie nera era inciso un teschio d’argento sotto le parole:
**LO SPETTRO NON MUORE MAI.**
Sul retro c’era un numero di telefono che non chiamavo da diciannove anni.
Lo composi.
Un uomo rispose dopo il primo squillo.
Per diversi secondi nessuno dei due parlò.
Poi una voce ruvida sussurrò:
«Colonnello?»
Guardai attraverso il vetro il volto tumefatto di Giulia.
«Maggiore Reyes», dissi.
L’uomo dall’altra parte trattenne bruscamente il respiro.
«Pensavo che questo numero non avrebbe mai più squillato.»
«Anch’io.»
«Cos’è successo?»
«Hanno aggredito mia figlia.»
Il silenzio che seguì fu più freddo della rabbia.
«Nomi?» chiese.
«Edoardo Conti. Brando Ferri. Tommaso Moretti.»
Sentii il rumore dei tasti di una tastiera dall’altra parte della linea.
«Di cosa hai bisogno?»
«Di tutto», dissi. «Conti bancari. Contratti dei loro padri. Legami politici delle loro madri. Dirigenti universitari, forze dell’ordine, sicurezza privata, giudici, testimoni, registrazioni di sorveglianza cancellate… chiunque sia collegato a quei tre nomi.»
Reyes rimase in silenzio per un momento.
Poi la sua voce cambiò.
L’ufficiale in pensione scomparve.
Il soldato tornò.
«Devo riattivare la squadra?»
Chiusi gli occhi.
Mi tornarono alla mente dei volti.
Il capitano Bianchi, il nostro specialista d’intelligence.
Il sergente maggiore Serra, capace di entrare in qualsiasi edificio senza far scattare un solo allarme.
Il tenente Chen, il cui programma di guerra informatica aveva una volta spento una rete di comando nemica da quasi cinquemila chilometri di distanza.
Uomini e donne che avevano promesso che, se li avessi chiamati, sarebbero venuti.
«Il Colonnello Fantasma è tornato?» chiese Reyes.
Aprii gli occhi e fissai mia figlia, immobile e indifesa sotto le luci dell’ospedale.
«No», dissi piano.
«È tornato un padre.»
Dall’altra parte della linea sentii Reyes alzarsi in piedi.
Poi arrivarono le parole che non sentivo da quasi vent’anni.
«La Task Force Spettro attende i suoi ordini, signore.»
**Continua… Clicca sulla Parte 2 per continuare a leggere.**







No comments yet