Divertimento

**Un CEO Trovò Due Gemelli Addormentati Nel Suo Ufficio—Poi Scoprì Che Erano I Figli Che Gli Avevano Nascosto Per Quattro Anni**

Giacomo fissò lo schermo del telefono finché le lettere non cominciarono quasi a confondersi. Non fidarti di nessuno dentro la tua azienda. La frase aveva trasformato il suo ufficio, fino a pochi minuti prima il luogo più sicuro e controllabile della sua vita, in una stanza piena di possibili nemici. Alzò lentamente gli occhi verso Chiara. Lei era ancora davanti al laptop, ignara del contenuto dei messaggi. Per sette anni aveva gestito la sua agenda, conosciuto i suoi spostamenti, filtrato le telefonate, avuto accesso a documenti che persino alcuni membri del consiglio non potevano vedere. Se quel messaggio diceva la verità, anche fidarsi di lei poteva essere un errore.

«C’è qualche problema?» domandò Chiara.

Giacomo spense lo schermo.

«No.»

La bugia gli uscì troppo facilmente.

Si avvicinò alla scrivania e guardò nuovamente il fermo immagine dell’uomo con il cappotto. Quella spilla non poteva essere comprata. Suo padre, Vittorio Moretti, ne aveva fatte realizzare soltanto sette quando aveva fondato la società. Giacomo ricordava perfettamente la cerimonia privata in cui erano state consegnate. All’epoca aveva ventitré anni e sedeva in fondo alla sala, ancora troppo giovane per essere considerato importante.

«Chiara, recupera l’elenco originale dei sette dirigenti che ricevettero questa spilla.»

Lei lo guardò sorpresa.

«Posso chiedere perché?»

«No.»


Un’ombra attraversò il suo volto, ma durò appena un istante.

«Va bene.»

Quando Chiara uscì, Giacomo chiuse personalmente la porta. Leonardo e Luca erano ancora accanto al tavolino. Luca aveva ricominciato a mangiare, ma Leonardo osservava Giacomo con un’attenzione inquietante.

«Era lui?» chiese il bambino.

Giacomo si voltò.

«Chi?»

Leonardo indicò il telefono.

«L’uomo cattivo.»

Giacomo si accovacciò davanti a lui.

«Perché dici che c’è un uomo cattivo?»


Leonardo abbassò gli occhi.

«La mamma parlava al telefono di notte. Pensava che dormissimo.»

«Che cosa diceva?»

Il bambino strinse le mani.

«Diceva che qualcuno ci aveva trovati.»

Un brivido percorse la schiena di Giacomo.

«Chi vi aveva trovati?»

«Non lo so.»

Luca smise di mangiare.

«Quello che guardava dalla macchina.»


Leonardo si voltò bruscamente verso il fratello.

«Luca!»

«Quale macchina?» domandò Giacomo.

Luca indicò la finestra come se potesse essere ancora là fuori.

«Quella nera. Stava sempre vicino a casa.»

Giacomo cercò di non mostrare quanto quelle parole lo avessero colpito.

«Dove abitavate?»

Questa volta Leonardo rispose.

«A Pavia.»

«Sai la via?»


Il bambino scosse la testa, poi prese una delle automobiline dallo zaino e la fece scorrere nervosamente sul tavolo.

«Vicino a una chiesa con un orologio grande. La nostra casa aveva una porta verde.»

Era poco, ma bastava per cominciare.

Giacomo prese il telefono e stava per chiamare il responsabile della sicurezza quando si fermò. Non fidarti di nessuno dentro la tua azienda.

Per la prima volta da anni non poteva utilizzare la struttura che aveva costruito.

Chiamò invece una persona che non lavorava più per lui.

**Matteo Rinaldi.**

Ex carabiniere, cinquantadue anni, aveva diretto la sicurezza personale della famiglia Moretti fino a tre anni prima, quando Vittorio lo aveva licenziato senza spiegazioni. Giacomo non gli parlava da allora.

Matteo rispose al quarto squillo.

«Moretti.»


Nessun saluto.

«Ho bisogno di te.»

Dall’altra parte seguì un silenzio.

«Queste sono parole che non pensavo di sentirti pronunciare.»

«È urgente.»

«Quanto urgente?»

Giacomo guardò i gemelli.

«Ci sono due bambini nel mio ufficio che potrebbero essere miei figli. La loro madre è scomparsa.»

Questa volta il silenzio cambiò.

«Come si chiama la madre?»


«Elena Bassi.»

Giacomo sentì chiaramente Matteo inspirare.

«Matteo?»

«Non parlare con nessuno.»

Il sangue gli si gelò.

«Tu conosci Elena?»

«Non al telefono. Dove sei?»

«Torre Smeraldo.»

«Porta via i bambini.»

«Perché?»


«Perché se Elena li ha mandati da te significa che non aveva più alternative.»

«Sai qualcosa che io non so?»

«Molto più di quanto avrei voluto sapere.»

La chiamata si interruppe.

Giacomo rimase immobile.

Prima che potesse richiamare, qualcuno bussò alla porta.

Era Chiara.

Aveva una cartellina sottile.

«Ho trovato l’elenco.»

Giacomo aprì la porta soltanto quanto bastava per prenderlo.


«Grazie. Cancella tutti i miei impegni.»

«Per oggi?»

«Per tutta la settimana.»

Chiara lo fissò incredula.

«Giacomo, il consiglio non accetterà—»

Era la prima volta che usava il suo nome durante l’orario di lavoro.

«Il consiglio sopravvivrà.»

Chiuse la porta.

Aprì la cartellina.

Sette nomi.


Tre persone erano morte.

Due vivevano all’estero.

Una era ancora nel consiglio.

L’ultima fece fermare il respiro a Giacomo.

**Vittorio Moretti.**

Suo padre.

Giacomo rimase a fissare quel nome, mentre un ricordo che aveva dimenticato da anni riaffiorava lentamente. Cinque anni prima, poco dopo la rottura con Elena, suo padre gli aveva detto che lei non avrebbe più rappresentato un problema.

All’epoca Giacomo aveva interpretato quelle parole come il solito disprezzo di Vittorio per le relazioni sentimentali.

Adesso non ne era più sicuro.

«Dobbiamo andare», disse.


Leonardo sollevò lo zaino.

«Dove?»

«A cercare vostra madre.»

Per la prima volta Luca sorrise.

Quel sorriso fece male a Giacomo perché conteneva una fiducia che non aveva ancora meritato.

Quaranta minuti dopo, Matteo li aspettava nel parcheggio sotterraneo di un vecchio edificio in zona Isola. Era più invecchiato di quanto Giacomo ricordasse, capelli quasi completamente grigi e una cicatrice sottile lungo la mandibola. Appena vide i gemelli, però, si fermò.

Non sembrava sorpreso.

Sembrava sconvolto.

«Sono loro», mormorò.

Giacomo gli afferrò il braccio.

«Che significa?»

Matteo guardò Leonardo e Luca, poi Giacomo.

«Prima portiamoli al sicuro.»

«No. Prima mi dici che cosa sai.»

Matteo esitò, quindi estrasse dalla tasca interna della giacca una vecchia fotografia.

La porse a Giacomo.

Nell’immagine c’era Elena, incinta, davanti a una clinica privata.

La data stampata nell’angolo risaliva a quattro anni e sette mesi prima.

Accanto a lei c’era Matteo.

«Tuo padre mi ordinò di seguirla quando scoprì della gravidanza», disse.

Giacomo sentì la rabbia salire così rapidamente da togliergli il respiro.

«E tu lo facesti.»

«All’inizio.»

«Per quanto tempo?»

«Abbastanza da capire cosa Vittorio aveva intenzione di fare.»

«Che cosa?»

Matteo guardò i bambini prima di rispondere.

«Convincere Elena che tu non volevi quei figli.»

Giacomo impallidì.

«Io non sapevo nemmeno che fosse incinta.»

«Lo so.»

«Come puoi saperlo?»

Matteo abbassò la voce.

«Perché Elena cercò di dirtelo.»

Poi estrasse una busta ingiallita.

Sul davanti c’era scritto a mano:

**Per Giacomo. Personale.**

Giacomo riconobbe immediatamente la calligrafia di Elena.

La busta era ancora sigillata.

«Questa», disse Matteo, «è una delle lettere che tuo padre non ti ha mai permesso di ricevere.»

Prima che Giacomo potesse aprirla, Leonardo tirò piano la manica della sua giacca.

«Papà.»

Era la prima volta che lo chiamava così.

Giacomo si voltò.

Il bambino indicava l’ingresso del parcheggio.

Una berlina nera era appena comparsa in fondo alla rampa.

La stessa descritta da Luca.

E dietro il parabrezza, immobile, qualcuno li stava osservando.

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