Giacomo guardò l’orologio. Mancavano meno di undici ore al consiglio straordinario e, per la prima volta nella sua carriera, entrare nella Torre Smeraldo gli sembrava meno importante di restarne fuori.
«Se mia madre è a Milano, dobbiamo trovarla prima di Alberto.»
Vittorio annuì, ma Matteo scosse la testa.
«Non sappiamo nemmeno da dove cominciare.»
«Io sì.»
Giacomo tirò fuori la fotografia scattata cinque anni prima sul Lago Maggiore.
«Bernardi.»
Chiamò il numero che l’anziano gli aveva dato. Nessuna risposta. Provò ancora. Alla terza chiamata una voce registrata annunciò che il numero non era raggiungibile.
«È successo qualcosa», disse.
Vittorio osservò la fotografia.
«Dove è stata scattata?»
«Bernardi ha detto sul Lago Maggiore.»
Vittorio avvicinò l’immagine alla lampada. Dietro Sofia ed Elena si vedeva appena una targa blu su un muro.
Matteo la fotografò e ingrandì l’immagine.
**Casa Aurora.**
Vittorio impallidì.
«La conosco.»
Giacomo lo fissò.
«Naturalmente.»
«Non come pensi. Era una struttura di riabilitazione neurologica. Sofia trascorse lì alcune settimane dopo essere stata trasferita dalla San Michele.»
«E non hai pensato di dirmelo prima?»
«Perché chiuse dodici anni fa.»
Matteo stava già cercando informazioni sul portatile.
«La struttura ha chiuso, ma l’edificio esiste ancora. È stato trasformato in una residenza privata.»
Giacomo prese il cappotto.
«Andiamo.»
«Tu non vai da nessuna parte finché non decidiamo cosa fare con i bambini», disse Matteo.
Giacomo guardò Leonardo e Luca. Luca dormiva ancora, ma il medico aveva escluso un’emergenza immediata. Gli accertamenti sarebbero stati necessari, tuttavia non quella notte.
Vittorio fece un passo avanti.
«Resto io.»
Leonardo si irrigidì.
«No.»
La risposta fu così netta che Vittorio si fermò.
Giacomo si accovacciò davanti al bambino.
«Matteo resterà con voi.»
«E tu torni?»
Di nuovo quella domanda.
Giacomo gli prese la mano.
«Torno.»
Leonardo guardò Vittorio.
«Anche lui va via?»
«Sì.»
Solo allora sembrò rilassarsi.
Due ore dopo Giacomo e Vittorio percorrevano una strada stretta sopra il Lago Maggiore. Nessuno dei due parlava. Per anni avevano saputo discutere di mercati, acquisizioni e strategie senza mai affrontare ciò che esisteva sotto la superficie. Adesso Giacomo sedeva accanto all’uomo che aveva ammirato per metà della propria vita e odiato durante le ultime ore.
«Perché Elena?» domandò improvvisamente.
Vittorio continuò a guardare la strada.
«Cosa?»
«Perché le hai fatto credere che non volessi i bambini? Se il problema era Alberto, potevi proteggerli senza distruggere tutto.»
Vittorio strinse il volante.
«Perché avevo paura che tu facessi esattamente quello che stai facendo adesso.»
«Proteggere i miei figli?»
«Scegliere loro invece della Meridian.»
Giacomo lo fissò.
Finalmente la verità più semplice.
«Quindi non era soltanto Alberto.»
Vittorio non rispose.
«Era anche il tuo impero.»
«Avevo costruito quella società per te.»
«No. L’avevi costruita per te stesso.»
Il resto del viaggio trascorse in silenzio.
Casa Aurora apparve poco dopo mezzanotte. Una villa ottocentesca affacciata sul lago, circondata da cipressi. Le finestre erano buie tranne una al secondo piano.
Il cancello era aperto.
«Non mi piace», disse Vittorio.
«Nemmeno a me.»
Entrarono.
La porta principale era socchiusa.
Giacomo chiamò:
«C’è qualcuno?»
Nessuna risposta.
Sul pavimento dell’ingresso c’era una tazza rotta. Accanto, alcune gocce di sangue.
Vittorio si chinò.
«Recenti.»
Giacomo salì le scale.
«Sofia!»
Un rumore arrivò dal piano superiore.
Corsero verso una stanza.
La porta era chiusa.
Giacomo la colpì con la spalla una volta, due. Alla terza cedette.
Dentro trovarono Carlo Bernardi.
Era seduto sul pavimento, appoggiato al letto, con un taglio sulla fronte.
«Bernardi!»
L’uomo aprì gli occhi.
«Siete arrivati tardi.»
«Dov’è mia madre?»
«L’hanno portata via.»
Vittorio si avvicinò.
Bernardi lo vide e il suo volto si indurì.
«Tu.»
«Carlo.»
«Non pronunciare il mio nome.»
Giacomo si mise tra loro.
«Chi ha preso Sofia? Alberto?»
Bernardi annuì debolmente.
«Due uomini. Circa quaranta minuti fa.»
«Come sapevano che era qui?»
Bernardi guardò Vittorio.
«Chiedilo a lui.»
Giacomo si voltò lentamente.
«Che significa?»
«Alberto non conosceva questo posto», disse Bernardi. «Non più.»
Vittorio scosse la testa.
«Nemmeno io sapevo che Sofia fosse qui.»
Bernardi rise amaramente.
«Ma qualcuno che lavora per te sì.»
Giacomo sentì il telefono vibrare.
Chiara.
Esitò prima di rispondere.
«Giacomo, finalmente.»
La sua voce era agitata.
«Che succede?»
«Alberto è sparito dalla Torre. Ha lasciato l’edificio circa un’ora fa.»
Giacomo guardò Bernardi.
«Come lo sai?»
«Ho controllato le telecamere.»
«Perché?»
Silenzio.
«Chiara?»
«Perché mi hai detto di non fidarmi di nessuno e poi sei scomparso.»
Giacomo si irrigidì.
«Io non ti ho mai detto di non fidarti di nessuno.»
Silenzio.
Troppo lungo.
«Chi te l’ha detto?»
La linea cadde.
Giacomo guardò il telefono.
Matteo chiamò nello stesso istante.
«Giacomo.»
«Dimmi.»
«Abbiamo un problema.»
Giacomo sentì immediatamente le voci dei bambini sullo sfondo.
«Stanno bene?»
«Sì. Ma qualcuno ha appena mandato un pacco alla casa.»
«Non aprirlo.»
«Leonardo l’aveva già aperto prima che me ne accorgessi.»
«Cosa contiene?»
Matteo esitò.
«Un telefono e una busta indirizzata a te.»
«Da chi?»
«Sofia.»
Giacomo sentì il cuore accelerare.
«Aprila.»
«Sei sicuro?»
«Leggi.»
Matteo strappò la busta. Passarono alcuni secondi.
«C’è scritto: “Giacomo, se stai leggendo queste parole significa che Alberto mi ha trovata. Non consegnargli la chiavetta. Quello che contiene è soltanto una parte delle prove.”»
«Continua.»
Matteo tacque.
«Matteo.»
«“La prova che può distruggerlo è sempre stata nella Torre Smeraldo.”»
Giacomo guardò Vittorio.
«Dove?»
Matteo continuò.
«“Tuo padre conosce la stanza, ma non sa cosa ho nascosto dentro.”»
Vittorio diventò pallido.
«Quale stanza?» chiese Giacomo.
Vittorio non rispose.
«Papà.»
Era la prima volta da anni che quella parola gli usciva senza ironia.
Vittorio abbassò lo sguardo.
«Quando costruimmo la Torre, Sofia fece realizzare un archivio privato dietro il vecchio ufficio del presidente. Alberto non ha mai saputo che esisteva.»
«E tu sì.»
«Sì.»
Il telefono inviato da Sofia si accese da solo.
Matteo lesse il messaggio appena comparso.
«Giacomo…»
«Cosa?»
«È un indirizzo.»
«Dove?»
«Una clinica privata fuori Milano.»
Giacomo sentì lo stomaco chiudersi.
«Elena.»
«C’è anche una fotografia.»
«Mandamela.»
L’immagine arrivò.
Elena era seduta su una sedia a rotelle in un corridoio. Dietro di lei c’era Sofia, viva, con i capelli completamente bianchi.
Entrambe guardavano verso la telecamera.
Accanto alla fotografia compariva un messaggio.
**Ore 9:00. Consiglio d’amministrazione. Porta la chiavetta e vieni solo.**
Poi un secondo.
**Se vuoi salvare una delle due donne, dovrai scegliere quale.**
Giacomo rimase immobile.
Vittorio lesse il messaggio sopra la sua spalla.
«Alberto pensa ancora che tu abbia soltanto due possibilità.»
Giacomo sollevò lentamente gli occhi.
La paura sul suo volto era scomparsa.
«Allora domattina scoprirà che si sbaglia.»
Prese il telefono e chiamò Matteo.
«Porta Leonardo e Luca in un luogo sicuro. Nessuno deve sapere dove.»
«E tu cosa farai?»
Giacomo guardò la fotografia di Elena e Sofia.
Poi il fascicolo stretto nella propria mano.
«Per tutta la vita ho combattuto come mi ha insegnato mio padre: proteggendo il potere e nascondendo le debolezze.»
Vittorio abbassò gli occhi.
«Domani farò esattamente il contrario.»
Chiuse la chiamata e si voltò verso Vittorio.
«Adesso torniamo alla Torre e apriamo quella stanza.»
Vittorio però non si mosse.
«C’è qualcosa che devi sapere prima.»
«Cos’altro mi hai nascosto?»
«La stanza non apparteneva soltanto a Sofia.»
Giacomo aspettò.
Vittorio inspirò lentamente.
«Era anche l’ufficio segreto di Alberto.»
«Hai appena detto che non sapeva dell’archivio.»
«Dell’archivio no. Ma usava la stanza prima che Sofia costruisse il vano nascosto.»
Giacomo sentì tornare quella sensazione familiare: ogni risposta apriva una porta peggiore.
«Per fare cosa?»
Vittorio lo guardò.
«Per conservare i registri originali delle società offshore.»
Bernardi, ancora seduto sul pavimento, sollevò improvvisamente la testa.
«Se quei registri sono ancora lì, Alberto non vuole soltanto la chiavetta.»
Giacomo lo fissò.
Bernardi terminò la frase con un filo di voce.
«Domattina non ha convocato il consiglio per licenziarti. Lo ha convocato perché vuole distruggere la Torre dall’interno prima che qualcuno trovi quella stanza.»







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