Divertimento

**Un CEO Trovò Due Gemelli Addormentati Nel Suo Ufficio—Poi Scoprì Che Erano I Figli Che Gli Avevano Nascosto Per Quattro Anni**

Giacomo afferrò il telefono prima che Matteo potesse fermarlo.

«Elena?»

Per un istante sentì soltanto un respiro debole. Poi una voce.

«Giacomo.»

Chiuse gli occhi. Cinque anni erano scomparsi in una sola parola. Era la stessa voce che ricordava, ma più fragile, quasi consumata.

«Dove sei?»

«I bambini sono con te?»

«Sì. Sono qui. Stanno bene.»

Dall’altra parte arrivò qualcosa che somigliava a un singhiozzo soffocato.

«Fammi sentire le loro voci.»


Giacomo guardò Leonardo e Luca. Attivò il vivavoce.

«Mamma?» disse Leonardo immediatamente.

«Amore mio.»

Luca corse verso il telefono.

«Mamma, abbiamo trovato papà! È vero! È davvero lui!»

Elena cominciò a piangere.

Giacomo dovette voltarsi.

«Sto mangiando i biscotti», continuò Luca. «Papà ha detto che potevo prenderne due.»

«Solo due?»

Per un secondo nella voce di Elena tornò qualcosa di caldo, quasi normale.


«Ne voleva quattro», disse Giacomo.

«Allora hai fatto bene.»

Quelle poche parole lo colpirono in modo assurdo. Sembravano appartenere a una famiglia che avrebbe potuto esistere.

Poi Elena tornò seria.

«Leonardo, ascoltami. Tu e Luca dovete restare con papà. Qualunque cosa succeda.»

Il bambino strinse le labbra.

«Quando torni?»

Silenzio.

«Mamma?»

«Presto, amore.»


Giacomo capì che stava mentendo.

Prese il telefono e disattivò il vivavoce.

«Adesso dimmi dove sei.»

«Non posso.»

«Elena, basta. Ho visto i documenti. Ho visto il test. So che sono miei figli. Ho anche letto quello che hai scritto su mia madre.»

Il respiro dall’altra parte cambiò.

«Hai aperto la chiavetta.»

«Sì.»

«Allora vai alla cassetta di sicurezza.»

«Vengo prima da te.»


«No.»

«Non puoi chiedermi di lasciarti lì.»

«Posso se è l’unico modo per proteggere Leonardo e Luca.»

Giacomo serrò la mascella.

«Chi ti tiene lì? Alberto? Mio padre?»

Elena tacque.

«Dimmi almeno se sei in pericolo.»

«Non nel modo che pensi.»

«Che significa?»

«Sono in una clinica privata.»


Giacomo si appoggiò al tavolo.

«Perché?»

Elena esitò così a lungo che lui conobbe la risposta prima ancora di sentirla.

«Sono malata.»

Il rumore della città oltre le finestre sembrò sparire.

«Quanto?»

«Abbastanza.»

«Elena.»

«Ho una patologia cardiaca. Negli ultimi mesi è peggiorata. Ho avuto un collasso tre giorni fa.»

Giacomo ricordò il pallore del video, la medicazione sulla mano, le parole dei bambini.


«Perché mandare due bambini da soli fino alla mia azienda?»

«Perché qualcuno aveva trovato il nostro appartamento. Non sapevo se sarei uscita dalla clinica e non potevo permettere che restassero con una persona qualunque.»

«Potevi chiamarmi.»

Elena rise amaramente.

«L'ho fatto cinque anni fa.»

La frase lo colpì in pieno.

Giacomo non trovò nulla da rispondere.

«Mi dispiace», disse infine.

«Non adesso. Avremo tempo per i rimpianti, se usciamo da questa situazione.»

«Allora aiutami.»


Elena abbassò la voce.

«La chiave apre la cassetta 317. Vai da solo. Dentro troverai un fascicolo di tua madre.»

«Hai scritto che Sofia te lo consegnò cinque anni fa.»

«È vero.»

«Mia madre era morta da dodici anni.»

«Questo è ciò che credevi.»

Giacomo sentì le dita irrigidirsi attorno al telefono.

«Stai dicendo che mia madre è viva?»

Dall'altra parte qualcuno aprì una porta.

Elena sussultò.


«Devo chiudere.»

«Elena!»

«Non fidarti di Alberto.»

«E di mio padre?»

Un secondo.

Due.

«La verità su Vittorio è più complicata di quanto pensi.»

La chiamata si interruppe.

Giacomo rimase immobile.

Matteo lo osservava.


«È viva?»

«Sì.»

«Dove?»

«Non me l'ha detto.»

Giacomo prese la chiave.

«Andiamo alla Stazione Centrale.»

Matteo scosse la testa.

«Tu vai. Io resto con i bambini.»

«Non mi piace.»

«Nemmeno a me. Ma portarli in un luogo pubblico dopo essere stati seguiti sarebbe stupido.»


Giacomo guardò Leonardo e Luca. Per tutta la vita aveva preso decisioni rischiose con miliardi di euro in gioco senza sentire paura. Adesso l'idea di lasciare due bambini per mezz'ora gli stringeva lo stomaco.

Si inginocchiò davanti a loro.

«Devo andare a prendere una cosa che vostra madre ha lasciato per me.»

Leonardo lo guardò seriamente.

«Torni?»

Una domanda semplice.

Ma Giacomo capì che non lo era affatto.

Quei bambini avevano già visto una madre andarsene senza sapere se sarebbe tornata.

«Sì.»

«Promesso?»

Giacomo gli porse la mano.

«Promesso.»

Leonardo gliela strinse.

Quaranta minuti dopo Giacomo attraversava la Stazione Centrale con un cappotto scuro e un berretto comprato lungo la strada. Raggiunse l'area delle cassette private indicata nei documenti di Elena.

317.

Inserì la chiave.

Dentro c'era una busta grande, una vecchia videocassetta digitale e un piccolo registratore.

Nient'altro.

Giacomo aprì la busta.

Il primo documento era intestato alla Moretti Meridian, ma portava un nome precedente: Moretti Ferri Investimenti.

Alberto Ferri non era stato semplicemente un dirigente.

Era stato socio fondatore.

Giacomo sfogliò le carte.

Trasferimenti irregolari. Conti nascosti. Firme.

Poi trovò una dichiarazione scritta a mano.

La riconobbe immediatamente.

La calligrafia di sua madre.

**Se questo documento viene trovato, significa che non sono riuscita a fermarli. Alberto ha creato il sistema, ma Vittorio ha scoperto tutto. Gli ho chiesto di denunciarlo. Ha rifiutato. Dice che distruggerebbe la società e il futuro di Giacomo.**

Giacomo si fermò.

Vittorio sapeva.

Ma forse non aveva creato il sistema.

Continuò.

**Ho deciso di consegnare personalmente le prove domani mattina. Se mi accadesse qualcosa, Alberto Ferri deve essere il primo uomo interrogato.**

Sotto c'era una data.

Il giorno precedente all'incidente.

Giacomo sentì qualcuno entrare nell'area delle cassette.

Richiuse velocemente il fascicolo.

Un uomo anziano stava davanti alla porta.

Capelli bianchi. Cappotto marrone. Bastone.

Lo fissava.

«Giacomo Moretti?»

Giacomo infilò la mano in tasca attorno al telefono.

«Chi è lei?»

L'uomo chiuse la porta alle proprie spalle.

«Carlo Bernardi.»

Il nome attraversò Giacomo come una scarica.

Il perito che aveva scoperto il danno ai freni dell'auto di Sofia.

«Lei è scomparso diciassette anni fa.»

Bernardi sorrise senza allegria.

«No. Mi hanno fatto scomparire.»

«Chi?»

L'anziano guardò il fascicolo nelle mani di Giacomo.

«L'uomo che uccise tua madre.»

Giacomo fece un passo verso di lui.

«Alberto Ferri?»

Bernardi impallidì.

«Tu credi ancora che Sofia sia morta quella notte?»

Giacomo si immobilizzò.

Bernardi si avvicinò e abbassò la voce.

«Tua madre uscì viva da quella macchina.»

«Dov'è?»

«Non lo so.»

«Sta mentendo.»

«Vorrei.»

Bernardi estrasse dalla tasca una fotografia consumata.

Ritraeva una donna che usciva da una piccola clinica sul Lago Maggiore.

La data impressa in basso risaliva a cinque anni prima.

Giacomo riconobbe immediatamente il volto.

Più vecchio. Più magro.

Ma impossibile da confondere.

Sofia.

Accanto a lei c'era Elena.

«Questa fotografia», disse Bernardi, «fu scattata tre giorni prima che Elena venisse a cercarti alla Torre Smeraldo.»

Il telefono di Giacomo vibrò.

Era Matteo.

Rispose immediatamente.

«Che succede?»

La voce di Matteo era tesa.

«Torna subito.»

«Perché?»

«Qualcuno ha trovato l'appartamento.»

Giacomo sentì il cuore fermarsi.

«I bambini?»

«Stanno bene. Li ho portati via.»

«Chi è venuto?»

Matteo rimase in silenzio per un istante.

«Tuo padre.»

Giacomo strinse il telefono.

«Vittorio vi ha trovati?»

«Sì. Ma non è questo il problema.»

«Allora qual è?»

«Quando ha visto Leonardo e Luca, tuo padre ha cominciato a piangere.»

Giacomo non disse nulla.

La voce di Matteo diventò più bassa.

«E ha detto una cosa che devi sentire direttamente da lui.»

«Cosa?»

«Ha detto: “Alberto li ha trovati. È ricominciato tutto.”»

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