Per qualche secondo non riuscii nemmeno a capire cosa avesse appena detto.
«Che cosa significa che il mio divorzio non era soltanto un divorzio?»
Andrea non rispose subito.
L’auto nera lasciò il terminal con una brusca accelerazione mentre uno dei militari si voltava dal sedile anteriore per controllare il traffico dietro di noi. L’altro parlava sottovoce alla radio, usando abbreviazioni che non capivo.
Io stringevo Sofia così forte che lei iniziò ad agitarsi.
«Giulia», disse Andrea, «ho bisogno che tu mi dica tutto quello che Matteo ha fatto negli ultimi mesi. Anche le cose che all’epoca ti sono sembrate insignificanti.»
Scossi la testa.
«Mi ha tradita. Ha svuotato i nostri conti. Ha cambiato la serratura. Questo è tutto.»
Andrea mi guardò.
«Quando ha svuotato i conti?»
«Tre giorni prima che presentassi i documenti per il divorzio.»
«E ti ha impedito di entrare nell’appartamento prima o dopo?»
Sentii un brivido corrermi lungo la schiena.
«La sera stessa.»
Andrea si sporse leggermente verso di me.
«Hai mai visto documenti che non riconoscevi? Contratti? Fatture? Bonifici? Nomi di società?»
Stavo per dire di no quando un ricordo mi colpì.
Una sera, circa due mesi prima della separazione, ero entrata nello studio di Matteo per cercare un caricabatterie.
Sul tavolo c’era una cartellina grigia.
Non l’avevo aperta.
Avevo soltanto visto un logo stampato sull’angolo.
Tre linee blu dentro un cerchio.
«C’era una cartellina», dissi lentamente.
Andrea si immobilizzò.
«Che tipo di cartellina?»
Gli descrissi il simbolo.
Il suo volto cambiò.
Non fu paura.
Fu riconoscimento.
«Ne sei sicura?»
«Sì.»
L’uomo seduto davanti smise perfino di parlare alla radio.
Andrea abbassò la voce.
«Quel simbolo appartiene a una società di consulenza che compare nell’indagine sugli appalti militari.»
Mi mancò il respiro.
«Matteo lavora nel settore immobiliare.»
«Ufficialmente.»
La parola mi colpì più di quanto avrebbe dovuto.
Guardai Sofia, addormentata contro di me, ignara del fatto che il mondo intorno a lei sembrava essersi deformato nel giro di venti minuti.
«No», dissi. «Matteo può essere un uomo orribile, ma non ha niente a che fare con l’Esercito.»
Andrea non provò a contraddirmi.
«Spero che tu abbia ragione.»
Il suo telefono vibrò di nuovo.
Lesse il messaggio e lo porse al militare davanti.
«Cambiamo percorso.»
«Ricevuto, Generale.»
Mi voltai verso Andrea.
«Che succede?»
«Qualcuno ha pubblicato online che siamo diretti a Monza.»
«Ma mia cugina vive lì.»
«Appunto.»
Sentii lo stomaco chiudersi.
«Dobbiamo avvertirla.»
Avevo già afferrato il telefono quando Andrea mi fermò.
«Non chiamarla dal tuo numero.»
«È mia cugina.»
«E se qualcuno sta monitorando le tue comunicazioni, una telefonata confermerebbe che l’indirizzo pubblicato è corretto.»
Lo fissai.
Solo quella mattina il mio problema più grande era stato riuscire a salire su un aereo con una bambina stanca e due valigie.
Adesso un generale dell’Esercito Italiano mi stava dicendo che qualcuno poteva monitorare il mio telefono.
Andrea fece una chiamata usando un dispositivo diverso.
Parlò rapidamente, poi riattaccò.
«Una pattuglia andrà da tua cugina. La porteranno temporaneamente in un luogo sicuro.»
«Temporaneamente?»
«Finché non capiremo chi ha pubblicato quell’indirizzo.»
Mi passai una mano sul viso.
«Non conosco nessuno di queste persone. Non so nulla degli appalti militari. Non so nulla di società di consulenza. Perché dovrebbero interessarsi a me?»
Andrea mi fissò per qualche secondo.
«Forse non interessi tu.»
Abbassai lo sguardo verso Sofia.
La paura che provai fu così improvvisa da farmi quasi male.
«No.»
«Giulia—»
«No. Sofia non c’entra niente.»
«Lo so.»
La sua voce si fece più gentile.
«Ma qualcuno ha scelto apposta le parole “la tua famiglia”. Volevano che io pensassi che voi due foste già parte della mia vita.»
Guardai fuori dal finestrino.
Milano scorreva oltre il vetro mentre l’auto cambiava direzione.
«Quindi quella fotografia ci ha trasformate in un bersaglio.»
«Forse.»
«Tutto perché ho appoggiato la testa sulla tua spalla.»
Andrea abbassò gli occhi.
«Mi dispiace.»
Era la prima volta che lo vedevo senza quella sicurezza controllata che aveva mostrato sull’aereo.
Sembrava davvero colpevole.
E proprio per questo non riuscivo a odiarlo.
«Non potevi sapere che qualcuno avrebbe pubblicato il mio nome.»
«Avrei dovuto immaginare che qualsiasi immagine legata a me sarebbe stata analizzata.»
«Andrea, basta.»
Mi guardò.
«Hai cercato di aiutarmi quando nessun altro lo stava facendo. Non puoi trasformare ogni cosa che accade in una tua colpa.»
Per un istante nessuno parlò.
Poi il telefono di Andrea squillò.
Questa volta rispose immediatamente.
«De Santis.»
Ascoltò.
Il suo volto si fece duro.
«Quando?»
Pausa.
«Non toccate niente. Fotografate tutto.»
Chiuse la chiamata.
«Che cosa è successo?»
Andrea inspirò lentamente.
«Gli uomini che abbiamo mandato a casa di tua cugina sono arrivati prima di Matteo.»
«Prima?»
«La fotografia che abbiamo ricevuto non è stata scattata oggi.»
Mi sentii gelare.
«Come fai a saperlo?»
«La targa dell’auto parcheggiata dietro di lui compare nelle immagini di Street View di mesi fa. Qualcuno ha usato una vecchia fotografia per farci credere che Matteo fosse lì in questo momento.»
Non sapevo se provare sollievo o ancora più paura.
«Perché?»
Andrea guardò fuori dal finestrino.
«Per farci reagire.»
«Reagire come?»
«Cambiare percorso. Spostare uomini. Fare telefonate. Mostrare quali persone proteggerei e quali procedure utilizzerei.»
Mi si seccò la bocca.
«Era una trappola.»
«Sì.»
L’auto entrò in un parcheggio sotterraneo.
Il cancello si chiuse immediatamente alle nostre spalle.
Due uomini in borghese ci aspettavano accanto a un ascensore.
Andrea scese per primo, poi mi aiutò con Sofia.
«Dove siamo?»
«Una struttura militare temporanea.»
«Quanto tempo dobbiamo restare qui?»
«Finché non sapremo qualcosa in più.»
Salimmo al quarto piano.
La stanza che ci assegnarono sembrava un piccolo appartamento: divano, cucina, due camere, niente di particolarmente militare a parte la porta rinforzata e le telecamere nel corridoio.
Posai Sofia sul letto.
Lei si svegliò appena, cercò il suo coniglietto e tornò subito a dormire.
Andrea rimase sulla soglia.
«C’è un’altra cosa che devo chiederti.»
«Cosa?»
«Matteo sapeva che saresti partita oggi?»
Pensai ai giorni precedenti.
Non gli avevo detto nulla.
Avevo comprato il biglietto usando un nuovo indirizzo e-mail.
Avevo perfino evitato di pubblicare qualsiasi cosa online.
Poi ricordai una telefonata.
Matteo mi aveva chiamata due sere prima.
Aveva fatto una domanda che mi era sembrata strana.
“Quindi hai finalmente deciso dove andrai?”
Non gli avevo risposto.
Ma Sofia aveva iniziato a piangere e, sullo sfondo, mia cugina aveva detto qualcosa attraverso il vivavoce.
Una sola parola.
«Monza.»
Andrea capì dal mio viso che avevo ricordato qualcosa.
Gli raccontai la telefonata.
«Potrebbe averlo sentito», conclusi.
Andrea annuì lentamente.
Il suo telefono vibrò ancora.
Questa volta aprì un’e-mail.
Rimase immobile.
«Che cosa c’è?»
Mi mostrò lo schermo.
Era una scansione di un documento bancario.
Il mio nome compariva in cima.
Sotto, c’era il numero di un conto che non avevo mai visto in vita mia.
Saldo disponibile:
**487.320 euro.**
Sentii il sangue abbandonarmi il viso.
«Non è mio.»
Andrea scorse il documento.
«Il conto è stato aperto undici mesi fa.»
«Ti sto dicendo che non l’ho mai aperto.»
Poi indicò una riga in fondo alla pagina.
Firma del titolare.
Il nome era il mio.
E la firma sembrava perfettamente autentica.
Ma io non l’avevo mai fatta.
Andrea mi guardò negli occhi.
«Giulia, credo che Matteo non abbia svuotato soltanto i vostri conti.»
Fece una pausa.
«Credo che abbia usato la tua identità per nascondere quasi mezzo milione di euro.»
Ed era soltanto il primo conto che avevano trovato.
**Continua — premi Parte 4 per leggere il seguito.**







No comments yet