Quelle parole mi rimasero addosso come ghiaccio.
«Piano di riserva per cosa?»
Andrea posò lentamente il tablet sul tavolo.
«Per assumerti la responsabilità se il sistema fosse stato scoperto.»
Scossi la testa.
«Ma non avrebbe retto. Bastava interrogarmi per capire che non sapevo niente.»
«Non necessariamente.»
Indicò i conti.
«Il denaro è intestato a te. Esiste una società a tuo nome. Ci sono documenti con la tua firma. E se Matteo conservava fotografie, e-mail o messaggi costruiti apposta per collegarti alle persone coinvolte...»
«Avrebbero pensato che fossi complice.»
Andrea non disse nulla.
Mi bastò.
Mi voltai verso Sofia.
Aveva appena quattordici mesi.
E mentre io imparavo a farla camminare, scegliere pappe, affrontare notti senza dormire, mio marito stava forse preparando il modo di mandarmi in prigione.
«Devo parlare con Matteo.»
Andrea si irrigidì.
«No.»
«È mio marito.»
«Ex marito.»
«È comunque l’unica persona che può spiegarmi tutto.»
«Ed è anche un uomo che potrebbe averti usata per nascondere centinaia di migliaia di euro.»
Mi avvicinai.
«Allora dimmi cosa dovrei fare. Restare chiusa qui mentre voi scoprite pezzo dopo pezzo che tutta la mia vita era una bugia?»
Andrea sostenne il mio sguardo.
«Devi restare viva abbastanza a lungo da poterlo affrontare quando avremo prove sufficienti.»
Le sue parole mi zittirono.
In quel momento bussarono.
Entrò uno dei militari con una piccola busta trasparente.
«Abbiamo controllato i bagagli della signora.»
Sentii il cuore accelerare.
«Perché?»
L’uomo appoggiò la busta sul tavolo.
Dentro c’era un piccolo dispositivo nero, poco più grande di una moneta.
«Era cucito nella fodera della valigia grande.»
Fissai l’oggetto.
«Che cos’è?»
Andrea non distolse gli occhi.
«Un localizzatore.»
Mi mancò il fiato.
«Quella valigia era nell’appartamento.»
«Matteo aveva accesso?»
«Fino al giorno in cui ha cambiato la serratura, sì.»
Andrea guardò il militare.
«Da quanto trasmette?»
«Difficile dirlo senza analizzarlo, ma è ancora attivo.»
Andrea fece un passo indietro.
«Non spegnetelo.»
Lo guardai incredula.
«Perché?»
«Perché se chi lo controlla vede improvvisamente sparire il segnale, capirà che lo abbiamo trovato.»
«Quindi sanno dove siamo?»
«Non esattamente.»
Andrea prese il dispositivo senza rimuoverlo dalla busta.
«Possiamo far credere loro che sei ancora in movimento.»
Diede istruzioni rapide. Pochi minuti dopo, il localizzatore venne portato via per essere trasferito su un veicolo separato.
Io rimasi immobile.
Ora sapevo che Matteo non aveva semplicemente previsto il mio viaggio.
Mi aveva seguita.
Andrea tornò accanto a me.
«Giulia, devo chiederti una cosa difficile.»
«Cos’altro può esserci?»
«Prima del divorzio, Matteo ha mai cercato di convincerti a trasferire denaro, consegnare pacchi o incontrare qualcuno per lui?»
Stavo per rispondere di no.
Poi ricordai Venezia.
Quattro mesi prima.
Matteo mi aveva chiesto di consegnare una busta a un uomo durante un viaggio che avrei fatto con Sofia per visitare un’amica.
Avevo rifiutato perché la deviazione era scomoda.
Lui si era arrabbiato in modo sproporzionato.
«C’era una busta.»
Andrea si fermò.
Gli raccontai tutto.
«Nome dell’uomo?»
«Non me lo disse. Solo che avrebbe aspettato vicino alla stazione.»
«Hai mai visto la busta?»
Annuii.
«Era marrone. Sigillata. Matteo disse che conteneva documenti immobiliari.»
Andrea prese subito il telefono.
Passarono venti minuti.
Poi arrivò una risposta.
L’uomo in borghese entrò quasi correndo.
«Generale, abbiamo controllato i tabulati del telefono di Rinaldi relativi a quel giorno.»
Andrea lesse.
Il suo volto si fece cupo.
«Con chi parlava?»
«Serra.»
Mi strinsi le braccia al petto.
Il colonnello.
L’uomo che Andrea aveva denunciato.
«Quindi Matteo voleva trasformarmi anche in un corriere.»
«Probabilmente.»
Andrea scorse ancora.
Poi si fermò.
«Aspetta.»
La sua espressione cambiò.
«Che cosa?»
Lui girò lo schermo verso di me.
C’era una fotografia presa da una telecamera stradale.
Matteo accanto a un’auto.
Sul sedile posteriore si intravedeva la cartellina grigia.
La data era di sei mesi prima.
Ma non fu quello a catturare la mia attenzione.
Sul lato passeggero sedeva una donna.
La riconobbi immediatamente.
La stessa donna delle fotografie che Matteo aveva pubblicato sui social subito dopo la nostra separazione.
Quella per cui avevo creduto mi avesse lasciata.
«È lei», sussurrai.
Andrea mi guardò.
«La donna con cui ti tradiva?»
«Sì.»
L’uomo in borghese controllò rapidamente qualcosa sul tablet.
«Abbiamo un’identità.»
Aspettai.
«Elena Marchetti. Consulente amministrativa.»
Fece una pausa.
«Ha lavorato per tre società collegate agli appalti sotto indagine.»
Mi sentii quasi mancare.
Andrea continuò a osservare la fotografia.
«Forse la relazione non è iniziata come pensavi.»
«Che vuoi dire?»
«Potrebbe essere stata coinvolta con Matteo molto prima che tu scoprissi il tradimento.»
Il telefono di Andrea squillò.
Rispose.
Ascoltò senza parlare per quasi un minuto.
Poi guardò me.
«Hanno appena perquisito l’ufficio usato da Matteo a Milano.»
Mi alzai.
«Hanno trovato qualcosa?»
Andrea rimase in silenzio.
«Andrea.»
«Sì.»
Inspirò lentamente.
«Una cassaforte.»
«E dentro?»
Mi porse il telefono.
Sul display c’erano passaporti, carte bancarie, chiavette USB e diversi fascicoli.
In cima a tutto, un documento con la fotografia di Sofia.
Il nome era quello di mia figlia.
Ma il cognome non era Rinaldi.
E la data di nascita era falsa.
Mi aggrappai al tavolo.
«Perché esiste un documento falso di Sofia?»
Andrea fissò lo schermo.
Quando parlò, la sua voce era appena udibile.
«È proprio quello che dobbiamo scoprire.»
Poi uno degli uomini aprì un secondo fascicolo trovato nella cassaforte.
All’interno c’erano due biglietti aerei.
Destinazione: fuori dall’Unione Europea.
Partenza prevista tre giorni dopo.
Un biglietto era intestato a Matteo.
L’altro riportava l’identità falsa di Sofia.
**Continua — premi Parte 6 per leggere il seguito.**







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