Per qualche secondo non riuscii a distogliere lo sguardo da quella cifra.
487.320 euro.
Un numero abbastanza grande da cambiare la vita di una persona.
O da distruggerla.
«Non è possibile», dissi.
Andrea non rispose.
«Io non ho mai visto quei soldi. Non sapevo nemmeno che esistesse quel conto.»
«Ti credo.»
«Allora perché c’è la mia firma?»
«Perché qualcuno voleva che sembrasse tuo.»
Mi alzai troppo in fretta e la stanza oscillò.
Andrea fece un passo verso di me, ma si fermò prima di toccarmi.
«Siediti.»
«Non voglio sedermi.»
La mia voce uscì più alta di quanto volessi.
«Voglio capire come mio marito abbia potuto aprire un conto con il mio nome senza che io sapessi niente.»
Andrea appoggiò il telefono sul tavolo.
«Per aprire un conto del genere servono documenti, firme, verifiche. Se Matteo ha fatto tutto da solo, significa che aveva accesso a molta più parte della tua vita di quanto pensassi.»
Mi vennero in mente le cartelle nel nostro studio.
Le password che avevamo condiviso.
Il mio documento lasciato spesso nel cassetto dell’ingresso.
Il commercialista che Matteo aveva insistito a scegliere perché, secondo lui, “era più semplice avere una persona sola per tutto”.
Ogni ricordo che fino a quel momento mi era sembrato normale cominciò ad assumere una forma diversa.
«Aveva copie dei miei documenti», sussurrai.
Andrea annuì.
«E probabilmente anche accesso ai tuoi dati fiscali.»
Mi portai una mano alla bocca.
«Dio mio.»
Un bussare alla porta ci fece voltare.
Uno degli uomini in borghese entrò con un tablet.
«Generale.»
Andrea lo seguì nella zona cucina, ma li sentivo comunque.
«Abbiamo trovato altri due conti.»
Chiusi gli occhi.
«Intestati alla signora Rinaldi?»
«Uno sì. L’altro è intestato a una società individuale aperta a suo nome.»
Mi voltai di scatto.
«Io non ho nessuna società.»
L’uomo mi guardò con cautela.
«Secondo i registri, sì.»
Andrea prese il tablet.
«Movimenti?»
«Diversi bonifici provenienti da società collegate agli appalti sotto indagine. Importi frazionati. Entrate e uscite rapide.»
Andrea serrò la mascella.
«Riciclaggio.»
La parola rimase sospesa nella stanza.
«No», dissi subito. «No, non potete dire una cosa del genere. Io non ho riciclato niente.»
Andrea si girò verso di me.
«Nessuno sta accusando te.»
«Ma sulla carta sì.»
Silenzio.
Quello era il punto.
Qualunque cosa Matteo avesse fatto, il mio nome era ovunque.
Io ero quella che avrebbe dovuto spiegare firme, conti, denaro, società.
Io.
Non lui.
Mi sedetti finalmente.
«Quindi se qualcuno avesse scoperto tutto questo prima del divorzio...»
Andrea completò il pensiero.
«Saresti sembrata coinvolta.»
«E Matteo?»
«Potrebbe sostenere di non sapere niente.»
Risi senza alcuna ironia.
«Naturalmente.»
Mi coprii gli occhi con le mani.
All’improvviso ricordai qualcosa.
Tre mesi prima, Matteo mi aveva chiesto di firmare una serie di documenti.
Eravamo in cucina.
Sofia piangeva.
Io avevo dormito forse quattro ore in due giorni.
Lui aveva posato davanti a me un fascicolo e una penna.
“Solo alcune pratiche fiscali.”
Avevo firmato senza leggere.
Sentii il cuore rallentare.
«Ho firmato dei fogli.»
Andrea sollevò lo sguardo.
«Quando?»
Gli raccontai tutto.
Lui non mostrò sorpresa.
«Potrebbe aver inserito documenti tra quelli che pensavi fossero fiscali.»
«Quindi è anche colpa mia.»
«No.»
«Ho firmato.»
«Firmare qualcosa senza sapere che sei stata ingannata non significa partecipare consapevolmente a un reato.»
Mi alzai e andai verso la camera.
Sofia dormiva ancora.
La guardai respirare per qualche secondo.
«Quando ho lasciato Matteo», dissi senza voltarmi, «pensavo di aver finalmente smesso di aver paura di lui.»
Andrea rimase dietro di me.
«Avevi paura?»
Quella domanda mi colpì.
Non avevo mai usato quella parola.
Paura.
Avevo sempre detto che Matteo era difficile.
Controllante.
Freddo.
Imprevedibile.
Ma paura?
«Negli ultimi mesi sì.»
Andrea aspettò.
«Non mi ha mai picchiata.»
«Non te l’ho chiesto.»
Deglutii.
«Controllava tutto. Soldi. Telefono. Dove andavo. Con chi parlavo. Se tornavo dieci minuti più tardi, voleva sapere perché.»
Abbassai la voce.
«Quando ho iniziato a parlare di separazione, ha detto che senza di lui non sarei riuscita nemmeno a tenere un tetto sopra la testa di Sofia.»
Andrea guardò la bambina.
«E poi ha svuotato i conti.»
Annuii.
Per la prima volta, vidi il disegno intero.
Non era stata una reazione rabbiosa alla fine del matrimonio.
Era preparazione.
«Voleva che non avessi soldi per difendermi.»
Andrea non rispose.
Non serviva.
Il telefono sul tavolo vibrò.
L’uomo in borghese tornò quasi immediatamente.
«Abbiamo localizzato Matteo.»
Il mio stomaco si contrasse.
«Dove?»
«Non a Monza.»
Andrea prese il dispositivo.
Sul display comparve l’immagine di una telecamera di sicurezza.
Matteo entrava in un edificio moderno, cappotto scuro, telefono all’orecchio.
Il timestamp indicava meno di un’ora prima.
«Dove si trova?»
Andrea ingrandì l’immagine.
«Milano.»
Sentii la gola chiudersi.
«Era sul mio stesso volo?»
«No.»
L’uomo scosse la testa.
«È arrivato ieri.»
La stanza divenne improvvisamente troppo silenziosa.
«Ieri?»
Andrea mi guardò.
«Questo significa che sapeva che saresti venuta qui prima ancora che tu partissi.»
Poi l’uomo fece scorrere un’altra immagine.
Questa volta Matteo non era solo.
Stava stringendo la mano a un uomo dai capelli grigi davanti all’ingresso dello stesso edificio.
Andrea impallidì.
«Lo conosci?», chiesi.
Non rispose subito.
Poi indicò l’uomo accanto al mio ex marito.
«Si chiama Colonnello Vittorio Serra.»
Mi voltai verso di lui.
Andrea parlò lentamente.
«È uno degli ufficiali contro cui ho testimoniato.»
Il sangue mi si gelò.
«Quindi Matteo lo conosce davvero.»
«Sì.»
Andrea continuava a fissare lo schermo.
«E molto meglio di quanto sperassi.»
Un altro messaggio comparve sul tablet.
Questa volta conteneva soltanto una fotografia.
Era stata scattata dall’interno del nostro vecchio appartamento.
Sul tavolo dello studio c’era la stessa cartellina grigia con il simbolo delle tre linee blu.
Accanto, una fotografia di me con Sofia.
Sul retro qualcuno aveva scritto a penna:
**GIULIA RINALDI — CONTINGENZA**
Andrea lesse quella parola due volte.
Poi alzò lo sguardo verso di me.
«Giulia, credo che tu non fossi soltanto un nome usato per nascondere denaro.»
«Che significa?»
La sua espressione si fece cupa.
«Significa che, se qualcosa fosse andato storto, eri il piano di riserva.»
**Continua — premi Parte 5 per leggere il seguito.**







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