Quella frase cambiò la paura in qualcosa di diverso.
Rabbia.
Fredda, lucida, finalmente utile.
«Quindi volevano usare Sofia per costringermi a firmare.»
Andrea annuì.
«Probabilmente dichiarazioni, trasferimenti di responsabilità, forse documenti che avrebbero chiuso il circuito finanziario attribuendolo a te.»
«E dopo?»
Nessuno rispose subito.
Non ce n’era bisogno.
Se avessi firmato tutto quello che volevano, sarei diventata perfetta come colpevole.
Una donna appena divorziata.
Conti nascosti.
Una società intestata a suo nome.
Firme autentiche.
Una figlia portata all’estero dal padre.
E Matteo avrebbe potuto sparire lasciandomi dietro ogni prova necessaria.
«Voglio andare in tribunale domani.»
Andrea mi guardò immediatamente.
«No.»
«È quello che si aspettano.»
«Appunto.»
«E se non mi presento, capiranno che sappiamo tutto.»
Andrea fece un passo verso di me.
«Giulia, non useremo te e tua figlia come esca.»
«Non ho detto Sofia.»
La stanza si fece silenziosa.
Andrea comprese.
«Tu vuoi presentarti da sola.»
«Voglio che Matteo creda che sono ancora spaventata abbastanza da obbedirgli.»
«È rischioso.»
«Anche stare chiusa qui è rischioso. Lui ha già previsto ogni mia reazione.»
Lo guardai negli occhi.
«Per una volta voglio che sia lui a reagire a me.»
Andrea rimase in silenzio per diversi secondi.
Poi si voltò verso gli uomini presenti.
«Voglio il tribunale controllato completamente. Ingressi, parcheggio, corridoi, uscite di servizio. Nessuna arma visibile. Nessuno si muove senza il mio ordine.»
Il tecnico annuì.
«E la bambina?»
Andrea tornò a guardarmi.
«Sofia resta qui, sotto protezione.»
Solo allora riuscii a respirare.
La mattina seguente mi svegliai prima dell’alba.
Avevo dormito forse un’ora.
Passai quasi tutto il tempo seduta accanto al letto di Sofia, osservando le sue mani minuscole stringere il coniglietto di peluche.
Prima di uscire, la baciai sulla fronte.
«Torno presto.»
Lei non si svegliò.
Andrea mi aspettava nel corridoio in abiti civili.
Non sembrava un generale.
Solo un uomo stanco, concentrato, che quella mattina aveva deciso di assumersi personalmente un rischio che non gli apparteneva.
«Se in qualsiasi momento vuoi fermarti, lo facciamo.»
«Non mi fermerò.»
Arrivammo al tribunale separatamente.
Io entrai da sola.
Almeno così doveva sembrare.
Il corridoio fuori dall’aula era già pieno.
Avvocati.
Famiglie.
Persone con cartelle tra le braccia.
Poi vidi Matteo.
Era seduto su una panca, impeccabile come sempre.
Cappotto scuro.
Capelli perfetti.
Quella stessa espressione controllata che aveva usato per quattro anni ogni volta che voleva farmi dubitare di me stessa.
Quando mi vide, sorrise.
Un sorriso piccolo.
Vittorioso.
Si alzò.
«Dov’è Sofia?»
«Al sicuro.»
Il sorriso scomparve.
«Ti avevo detto di portarla.»
«Non prendi più decisioni per me.»
Matteo si avvicinò.
«Non hai idea di quello che stai facendo.»
«Questa frase comincia ad annoiarmi.»
Per un istante riconobbi l’uomo che conoscevo davvero.
Non quello delle fotografie sorridenti.
Quello delle porte sbattute.
Dei conti controllati.
Delle domande mascherate da premura.
Poi il suo volto tornò calmo.
«Possiamo ancora sistemare tutto.»
«Davvero?»
«Ritiri certe accuse. Firmi alcuni documenti. Io ritiro la richiesta di affidamento.»
Sentii lo stomaco contrarsi.
«Quali documenti?»
Mi studiò.
«Non qui.»
«Allora dove?»
Prima che rispondesse, una voce alle sue spalle intervenne.
«Signor Rinaldi.»
Mi voltai.
Il colonnello Vittorio Serra camminava verso di noi.
In borghese.
Ma lo riconobbi subito dalla fotografia.
Per un uomo che ufficialmente non aveva nulla a che fare con il mio divorzio, sembrava terribilmente interessato.
Matteo cambiò espressione.
Solo per un secondo.
Abbastanza.
«Chi è?», chiesi fingendo ignoranza.
Serra mi rivolse un sorriso cortese.
«Un vecchio amico della famiglia.»
Quasi risi.
«Strano. Non l’ho mai visto.»
«Matteo e io condividiamo alcuni interessi professionali.»
«Immobili?»
Serra esitò.
«Anche.»
Il mio telefono vibrò nella borsa.
Un solo segnale.
Andrea.
La registrazione era attiva.
Dovevo farli parlare.
«Matteo mi ha detto che devo firmare dei documenti.»
Serra lo guardò.
Quella volta vidi chiaramente irritazione.
«Non è il posto adatto.»
«Allora spiegatemi almeno perché un uomo che non conosco si trova qui a discutere della custodia di mia figlia.»
Matteo afferrò il mio gomito.
«Abbassa la voce.»
Mi liberai immediatamente.
«Non toccarmi.»
Diverse persone si voltarono.
Matteo fece un passo indietro.
Serra invece rimase perfettamente calmo.
«Signora Rinaldi, nessuno vuole farle del male.»
«Interessante scelta di parole.»
Il suo sguardo diventò più freddo.
«Vogliamo soltanto correggere una situazione complicata.»
«I conti a mio nome?»
Matteo impallidì.
Serra non mosse un muscolo.
«Non so di cosa stia parlando.»
«La società? Le firme?»
Matteo mi fissava come se volesse capire quanto sapessi.
Poi pronunciai l’ultima cosa.
«I biglietti aerei di Sofia.»
Fu come togliere ossigeno dal corridoio.
Matteo guardò Serra.
Errore.
Piccolo.
Fatale.
Serra fece un passo verso di lui.
«Che cosa le hai detto?»
«Niente.»
«Allora come lo sa?»
Matteo abbassò la voce.
«Non lo so.»
Io feci un passo indietro.
«Quindi esistono davvero.»
Entrambi mi guardarono.
Matteo capì troppo tardi.
Aveva appena confermato ciò che avevo detto.
Serra si voltò verso di me.
«Dov’è la bambina?»
La gentilezza era scomparsa.
«Lontano da voi.»
Serra fece un movimento quasi impercettibile con la mano.
Un uomo all’estremità del corridoio si alzò.
Poi un altro.
Andrea aveva previsto tutto.
Due uomini della sicurezza si mossero immediatamente fra me e loro.
Matteo perse finalmente il controllo.
«Che diavolo hai fatto?»
Lo guardai.
Per anni avevo creduto che il suo potere venisse dal fatto che sapeva sempre più di me.
Quella mattina era il contrario.
«Ho smesso di crederti.»
In quel momento Andrea comparve dal corridoio laterale.
Serra impallidì.
«De Santis.»
Andrea non rispose.
Mostrò semplicemente il tesserino all’uomo della sicurezza.
Altri agenti entrarono.
Matteo indietreggiò.
«Non potete arrestarmi per una conversazione.»
Andrea lo guardò.
«No.»
Poi rivolse lo sguardo a Serra.
«Ma possiamo farlo per molte altre cose.»
Serra rise senza allegria.
«Non hai ancora abbastanza.»
Andrea tirò fuori il telefono.
«Sei sicuro?»
Premette play.
La voce di Serra riempì il corridoio.
Era la registrazione recuperata dalla chiamata del giorno precedente.
Poi quella appena fatta.
“Correggere una situazione complicata.”
“Che cosa le hai detto?”
“Come lo sa?”
Il volto di Serra cambiò.
Ma fu Matteo a crollare per primo.
«Io non ho organizzato tutto.»
Tutti si voltarono verso di lui.
Serra lo fissò.
«Stai zitto.»
Matteo arretrò.
«Avevi detto che nessuno sarebbe finito nei guai.»
«Matteo.»
«Avevi detto che Giulia avrebbe firmato e basta.»
Il mio cuore accelerò.
Serra fece un passo verso di lui.
Gli agenti intervennero immediatamente.
Andrea parlò con voce fredda.
«Continua, Matteo.»
Matteo mi guardò.
Per la prima volta da quando lo conoscevo, vidi paura vera nei suoi occhi.
«I soldi non erano miei.»
Serra gridò:
«Non dire un’altra parola.»
Ma Matteo ormai aveva capito di essere stato sacrificato esattamente come me.
«Serra usava società civili per far rientrare una parte dei fondi degli appalti.»
Andrea non si mosse.
«E Giulia?»
Matteo abbassò lo sguardo.
«Serviva un nome pulito.»
Quelle quattro parole mi ferirono più di quanto pensassi possibile.
«Quindi hai scelto tua moglie.»
Matteo non rispose.
«E tua figlia?»
Alzò gli occhi verso di me.
«Sofia non doveva essere portata via per sempre.»
«Allora per quanto?»
Silenzio.
«Quanto, Matteo?»
«Abbastanza.»
Sentii il sangue gelarsi.
Andrea fece un passo avanti.
«Abbastanza per costringere Giulia a firmare.»
Matteo chiuse gli occhi.
Fu una confessione senza parole.
Serra venne ammanettato per primo.
Matteo pochi secondi dopo.
Pensavo che vederlo portato via mi avrebbe fatto sentire libera.
Invece provai soltanto vuoto.
Poi Matteo si fermò.
Si voltò verso di me.
«Giulia.»
Non risposi.
«C’è una cosa che non sai.»
Andrea irrigidì lo sguardo.
Matteo continuò.
«Serra non è quello che ha iniziato tutto.»
Serra impallidì.
«Portatelo via.»
Ma Matteo alzò la voce.
«La persona che ha messo il tuo nome nei documenti era già dentro il sistema prima che io conoscessi Serra.»
Mi si fermò il respiro.
«Chi?»
Matteo mi fissò.
«La donna che pensavi fosse la mia amante.»
Elena.
«Lei non lavorava per noi.»
Fece una pausa.
«Lavorava contro di noi.»
**Continua — premi Parte 8 per leggere il seguito.**







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