Divertimento

Uno Sconosciuto Mi Chiese Di Dormire Sulla Sua Spalla In Aereo — Poi Una Foto Cambiò Tutto

Per qualche secondo, vidi soltanto il nome falso stampato accanto alla fotografia di mia figlia.

Poi il resto della stanza scomparve.

«No.»

La parola uscì dalla mia bocca senza quasi alcun suono.

Presi il telefono dalle mani di Andrea e ingrandii l’immagine.

Era Sofia.

La stessa piccola fossetta sulla guancia sinistra.

Gli stessi occhi.

La fotografia sembrava recente.

Molto recente.


«Da dove viene questa foto?»

Andrea si avvicinò allo schermo.

«Non lo sappiamo ancora.»

«Io sì.»

Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me.

«È stata scattata a casa.»

Andrea mi guardò.

Indicai il maglioncino rosa che Sofia indossava nella fotografia.

«Gliel’ho messo circa tre settimane fa. Matteo era venuto a prenderla per trascorrere il pomeriggio con lei.»

Le mie mani cominciarono a tremare.


«Mi disse che voleva recuperare il rapporto con sua figlia.»

Adesso capivo perché aveva insistito tanto.

Andrea prese lentamente il telefono.

«Quindi potrebbe aver preparato il documento mentre il divorzio era ancora in corso.»

«Preparato per portarmela via.»

Non era più una domanda.

Andrea non cercò di addolcire la risposta.

«Sì.»

Mi mancò l’aria.

Mi voltai verso la camera dove Sofia dormiva.


Volevo correrle accanto, prenderla in braccio e non lasciarla mai più.

«Tre giorni», sussurrai. «Quel volo è tra tre giorni.»

«E Matteo non ha Sofia.»

«Ma pensava di averla.»

Andrea mi fissò.

Quella frase cambiò tutto.

Se Matteo aveva già comprato i biglietti, significava che esisteva un piano.

Non un’idea.

Non una minaccia detta durante una lite.

Un piano concreto.


«Come avrebbe fatto?»

Andrea si rivolse immediatamente agli uomini nella stanza.

«Controllate ogni procedimento familiare, richiesta urgente, comunicazione legale e denuncia presentata da Matteo Rinaldi negli ultimi trenta giorni.»

Uno di loro uscì.

Io continuavo a fissare la fotografia.

«Durante il divorzio continuava a dire che ero instabile.»

Andrea tornò a guardarmi.

«In che senso?»

«Diceva che ero troppo emotiva dopo la nascita di Sofia. Che non dormivo abbastanza. Che ero confusa.»

Un ricordo mi colpì.


«Una volta mi ha registrata.»

«Quando?»

«Durante una discussione. Sofia aveva la febbre da due giorni. Io ero esausta. Matteo continuava a provocarmi finché ho iniziato a urlare.»

Mi passai le mani sul viso.

«Poi si è calmato improvvisamente. Come se avesse ottenuto quello che voleva.»

Andrea non disse niente.

Il silenzio fu peggiore di qualsiasi risposta.

Pochi minuti dopo, l’uomo tornò con un fascicolo digitale.

«Abbiamo trovato qualcosa.»

Il documento comparve sullo schermo.


Era una richiesta urgente depositata da Matteo meno di quarantotto ore prima.

Sosteneva che io stessi tentando di sottrarre Sofia al padre trasferendomi senza consenso e che il mio comportamento fosse diventato «sempre più imprevedibile».

Allegati alla richiesta c’erano brevi registrazioni audio.

Fotografie di farmaci.

Messaggi estratti dalle nostre conversazioni.

Sentii lo stomaco rivoltarsi.

«Quei farmaci erano antidolorifici prescritti dopo il parto.»

L’uomo annuì.

«Nel documento non viene specificato.»

Scorremmo ancora.


Matteo aveva chiesto l’affidamento temporaneo esclusivo.

«Ha perso», dissi.

«Non ancora», rispose Andrea. «La richiesta non è stata esaminata.»

Guardai la data dell’udienza preliminare.

Era prevista per la mattina seguente.

Mi gelai.

«Quindi domani avrebbe provato a ottenere legalmente Sofia.»

Andrea annuì.

«E tre giorni dopo aveva un volo prenotato con lei sotto un’altra identità.»

Finalmente vedevo il piano.


Un ordine temporaneo.

Poche ore di vantaggio.

Poi la fuga.

«Dobbiamo fermarlo.»

«Lo faremo.»

«No, Andrea. Voglio che venga arrestato adesso.»

La mia voce rimbombò nella stanza.

«Abbiamo il documento falso. I biglietti. Il localizzatore. I conti.»

Andrea rimase calmo.

«E stiamo raccogliendo tutto.»


«Non è abbastanza?»

«Abbastanza per intervenire. Ma se lo arrestiamo immediatamente, le persone sopra di lui potrebbero distruggere ciò che resta delle prove.»

«Non mi importa delle persone sopra di lui.»

Andrea fece un passo verso di me.

«Capisco.»

«No. Tu vuoi un’indagine. Io voglio mia figlia al sicuro.»

«E io voglio entrambe le cose.»

Lo guardai furiosa.

«Non rischierai Sofia per prendere Serra.»

Andrea sostenne il mio sguardo.


«Mai.»

La fermezza della sua risposta mi fermò.

«Matteo non si avvicinerà a lei.»

Prima che potessi rispondere, il cellulare che avevano sequestrato dai miei effetti personali iniziò a suonare dentro una busta protettiva.

Sul display apparve un nome.

**Matteo.**

Nessuno parlò.

Il telefono smise.

Poi ricominciò immediatamente.

Andrea guardò uno dei tecnici.

«Possiamo registrare?»

L’uomo annuì.

Andrea mi rivolse lo sguardo.

«La decisione è tua.»

Per la prima volta da quando ero atterrata, non mi sentii una vittima trascinata dagli eventi.

Presi il telefono.

Risposi.

«Pronto?»

«Giulia.»

La voce di Matteo era insolitamente tranquilla.

«Finalmente.»

Stringevo così forte il cellulare che le nocche mi facevano male.

«Cosa vuoi?»

«Voglio sapere dove si trova mia figlia.»

Dietro di lui sentii una porta chiudersi.

«Con me.»

«Non per molto.»

Andrea sollevò gli occhi.

Io rimasi immobile.

«Che significa?»

Matteo sospirò.

«Significa che domani un giudice scoprirà esattamente che tipo di madre sei.»

«E poi?»

Silenzio.

Decisi di rischiare.

«Poi la porterai fuori dal Paese?»

Per la prima volta, Matteo esitò.

Solo mezzo secondo.

Ma bastò.

«Non so di cosa stai parlando.»

«Certo.»

La sua voce cambiò.

«Con chi sei, Giulia?»

Guardai Andrea.

«Perché? Hai paura che qualcuno abbia aperto la tua cassaforte?»

Silenzio assoluto.

Poi Matteo parlò molto lentamente.

«Ascoltami attentamente. Qualunque cosa pensi di aver trovato, non capisci in cosa ti sei messa.»

«Credo di iniziare a capirlo.»

«No.»

La sua voce diventò quasi un sussurro.

«Tu sei sempre stata la parte sacrificabile.»

Sentii Andrea irrigidirsi.

«E Sofia?»

Matteo non rispose.

«Anche lei era sacrificabile?»

Dall’altro capo arrivò un respiro.

Poi sentii un’altra voce.

Maschile.

Lontana.

Ma abbastanza chiara.

«Rinaldi, chiudi quella chiamata.»

Andrea impallidì.

Afferrò un foglio e scrisse rapidamente due parole.

**È SERRA.**

Matteo tornò a parlare.

«Domani porta Sofia in tribunale. Se non lo fai, renderai tutto molto peggiore.»

Poi riattaccò.

Nella stanza nessuno si mosse.

Il tecnico si tolse lentamente le cuffie.

«Abbiamo abbastanza audio per confermare la seconda voce.»

Andrea annuì.

Ma io continuavo a fissare il telefono.

«Ha detto di portare Sofia in tribunale.»

«Sì.»

«Perché? Se voleva soltanto l’affidamento, non avrebbe bisogno che fosse presente.»

Andrea mi guardò.

La stessa domanda era appena venuta in mente anche a lui.

Un altro uomo entrò di corsa.

«Generale, abbiamo recuperato i messaggi cancellati dal telefono trovato nell’ufficio di Rinaldi.»

Andrea prese il tablet.

Lessi sopra la sua spalla.

Una conversazione tra Matteo e Serra.

L’ultimo messaggio risaliva alla sera precedente.

**Domani otteniamo l’ordine. Lei porterà la bambina.**

Sotto, la risposta di Serra:

**Appena Sofia è con noi, Giulia firmerà qualsiasi cosa.**

Mi sentii gelare.

Non avevano mai avuto bisogno di incastrarmi soltanto per i soldi.

Avevano preparato Sofia come leva.

Andrea alzò lentamente lo sguardo.

«Adesso sappiamo perché tua figlia era parte del piano.»

**Continua — premi Parte 7 per leggere il seguito.**

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