Divertimento

Due Mesi Dopo Il Divorzio, Trovai La Mia Ex Moglie In Ospedale… Poi Scoprii Il Segreto Che Aveva Nascosto Per Me

Per alcuni secondi rimasi seduto accanto a Giulia senza riuscire a dire una parola. Il corridoio del Policlinico continuava a vivere intorno a noi: passi veloci, ruote di barelle sul pavimento lucido, voci basse provenienti dalle stanze, il segnale intermittente di qualche apparecchio. Eppure io non sentivo quasi nulla. Nella mia testa continuava a rimbombare una sola parola.

Leucemia.

«Da quanto?» riuscii finalmente a chiedere.

Giulia teneva gli occhi sulle nostre mani. Solo allora mi accorsi che le stavo ancora stringendo la sua. Avrei dovuto lasciarla. Non ero più suo marito. Non avevo più alcun diritto di sedermi lì come se gli ultimi due mesi non fossero mai esistiti. Ma non ci riuscii.

«Giulia, da quanto lo sai?»

Inspirò lentamente.

«La diagnosi definitiva è arrivata sei settimane fa.»

Feci rapidamente il conto e sentii lo stomaco chiudersi.

Sei settimane.

Il nostro divorzio era stato concluso circa due mesi prima.

«Ma hai detto che avevi iniziato a stare male prima.»

Lei annuì.

«Ero sempre stanca. Avevo lividi senza sapere come me li fossi fatti. A volte mi sanguinavano le gengive. Pensavo fosse lo stress.»

La guardai, e improvvisamente alcuni ricordi tornarono a galla con una precisione crudele. Giulia seduta sul bordo del letto mentre si massaggiava le gambe. Giulia che lasciava metà cena nel piatto dicendo di non avere fame. Una macchia violacea sul suo braccio che avevo notato una mattina.

Le avevo chiesto distrattamente dove avesse sbattuto.

Lei aveva risposto di non ricordarlo.

Io ero tornato a controllare le email sul telefono.

Mi passai una mano sul viso.

«Perché non me l’hai detto?»

Giulia sollevò finalmente gli occhi.

Non c'era rabbia nel suo sguardo. Avrei preferito trovarne. Avrei preferito che mi accusasse, che mi dicesse che ero stato egoista, cieco, vigliacco.

Invece sembrava soltanto stanca.

«Perché non lo sapevo ancora quando hai chiesto il divorzio.»

«Ma sapevi che qualcosa non andava.»

Esitò.

Quell'esitazione mi fece gelare.

«Avevo fatto delle analisi.»

Mi voltai completamente verso di lei.

«Quando?»

«Tre giorni prima della nostra ultima discussione.»

Mi mancò il respiro.

Tre giorni.

Ricordavo perfettamente quella settimana. Io ero tornato tardi quasi tutte le sere. Giulia aveva provato due volte a parlarmi mentre cenavo davanti al computer. Una sera aveva persino detto: Andrea, domani devo tornare dal medico.

Avevo risposto qualcosa come: Va bene, fammi sapere.

Non avevo neppure chiesto perché.

«Avevi già dei risultati?»

«Il medico aveva trovato valori molto strani. Mi aveva prescritto altri accertamenti.»

La sua voce si abbassò.

«Avevo paura.»

Quelle tre parole mi colpirono più della diagnosi.

Aveva paura.

E io vivevo nella stessa casa senza averlo capito.

«Perché non mi hai fermato quella sera?» domandai. «Quando ho parlato del divorzio, perché non mi hai detto che stavi facendo degli esami?»

Per la prima volta qualcosa cambiò nella sua espressione.

Giulia ritirò lentamente la mano dalla mia.

«Perché non volevo che restassi per pietà.»

«Pietà?»

La parola uscì dalla mia bocca quasi con rabbia.

«Eri mia moglie.»

«Ma non volevi più esserlo.»

Abbassai lo sguardo.

Non potevo contraddirla.

Giulia inspirò, come se persino parlare le costasse energia.

«Quella sera avevo deciso di raccontarti tutto. Avevo la richiesta degli esami nella borsa. Ti avevo aspettato fino alle dieci. Quando sei arrivato abbiamo litigato e poi hai detto che volevi divorziare.»

Chiusi gli occhi.

Ricordavo quella borsa.

Era rimasta sulla sedia della cucina per tutta la discussione.

«Quando hai detto quelle parole», continuò, «ho pensato che forse fosse meglio così. Se gli esami fossero risultati normali, non sarebbe cambiato niente. Se invece fosse stato qualcosa di grave… non volevo trasformare la mia malattia nella catena che ti obbligava a restare.»

«Non avevi il diritto di decidere questo per me.»

Giulia mi guardò con una tristezza improvvisa.

«E tu avevi il diritto di decidere per entrambi che il nostro matrimonio fosse finito?»

Non risposi.

Quella domanda rimase tra noi come una porta chiusa.

Poco dopo arrivò un'infermiera. Disse a Giulia che il medico la stava aspettando. Mi alzai automaticamente quando lei tentò di fare lo stesso, ma le gambe le cedettero per un istante.

La afferrai prima che cadesse.

«Sto bene», mormorò.

«No.»

La mia voce uscì più dura di quanto volessi.

«No, Giulia. Non stai bene.»

Lei rimase immobile tra le mie braccia per un secondo appena. Poi si allontanò delicatamente.

«Andrea, vai dal tuo amico. Sei venuto qui per lui.»

Avevo completamente dimenticato Matteo.

«Vengo con te.»

«Non serve.»

«Non ti ho chiesto se serve.»

Giulia mi fissò.

Per un momento riconobbi nei suoi occhi la donna con cui avevo condiviso cinque anni: quella capace di capire ciò che provavo prima ancora che riuscissi a dirlo.

«Non puoi tornare nella mia vita perché mi hai vista in un ospedale.»

«Non sto cercando di tornare nella tua vita.»

Pronunciai quelle parole troppo in fretta.

E immediatamente capii che non sapevo se fossero vere.

Giulia seguì l'infermiera.

Io rimasi nel corridoio.

Avrei dovuto raggiungere Matteo. Avrei dovuto rispettare il confine che io stesso avevo creato firmando quei documenti.

Invece, venti minuti dopo, ero ancora lì.

Quando Giulia uscì dall'ambulatorio, teneva una cartellina contro il petto. Vedendomi, si fermò.

«Sei ancora qui.»

«Ti accompagno a casa.»

«Andrea…»

«Solo a casa.»

Alla fine non protestò.

Durante il tragitto in taxi parlammo pochissimo. Giulia guardava Milano scorrere oltre il finestrino, mentre io osservavo di nascosto il suo riflesso nel vetro.

Quando comunicò l'indirizzo all'autista, però, mi voltai di scatto.

Non era quello dell'appartamento in cui credevo si fosse trasferita.

Era una piccola palazzina nella periferia nord.

Arrivati, insistetti per accompagnarla fino alla porta. Giulia cercò le chiavi nella borsa e, mentre lo faceva, la cartellina dell'ospedale le scivolò dalle mani.

Mi chinai ad aiutarla.

Diversi fogli caddero sul pavimento.

«Lascia, faccio io», disse immediatamente.

Ma avevo già raccolto il primo.

Non era un referto medico.

Era una lettera.

In alto compariva il logo di uno studio legale.

Sotto c'era il nome completo di Giulia.

E una data.

Tre settimane prima che io chiedessi il divorzio.

Lessi soltanto le prime righe prima che lei mi strappasse delicatamente il foglio dalle mani.

Ma era sufficiente.

Richiesta di consulenza relativa alla tutela del coniuge in caso di grave patologia e alla rinuncia volontaria a pretese patrimoniali…

Alzai lentamente lo sguardo.

«Giulia… perché eri andata da un avvocato tre settimane prima del nostro divorzio?»

Il colore sembrò sparire persino dal suo volto già pallido.

Per la prima volta da quando l'avevo trovata in ospedale, vidi qualcosa di diverso dalla stanchezza nei suoi occhi.

Paura.

Strinse la lettera tra le dita.

«Andrea, quella non era una cosa che avresti dovuto vedere.»

«Allora dimmi che cosa significa.»

Giulia rimase in silenzio.

Poi aprì la porta dell'appartamento e, prima di entrare, disse quasi sottovoce:

«Significa che quando tu hai deciso di lasciarmi… io stavo già preparando qualcosa per lasciarti andare.»

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