Divertimento

Il Giorno Prima Delle Nozze Di Mia Sorella, Mia Madre Mi Tagliò I Capelli Nel Sonno Perché Non Dovevo Oscurare La Sposa — Il Giorno Dopo, La Guardia Di Finanza Interruppe Il Matrimonio E Chiese Di Me

Per alcuni secondi non sentii più nulla.

Non le urla di Chiara. Non il brusio degli invitati. Non il rumore secco dei fotografi che continuavano a scattare come se il crollo della mia famiglia fosse improvvisamente diventato l’evento più importante della stagione.

Sentivo soltanto quella frase.

«Avremo bisogno anche della sua testimonianza.»

L’investigatore rimase davanti a me, immobile, mentre alle sue spalle due uomini della Guardia di Finanza si avvicinavano a Giuliano. Lui non oppose resistenza. Non subito, almeno. Continuava a guardarmi con un’espressione che non avevo mai visto prima sul suo volto.

Non era paura.

Era riconoscimento.

Come se, in quell’istante, avesse finalmente capito qualcosa su di me.

E io qualcosa su di lui.

«Che cosa significa?» domandai.

La mia voce uscì più ferma di quanto mi sentissi.

L’investigatore abbassò leggermente il tono.

«Significa che dobbiamo farle alcune domande.»

Mia madre arrivò quasi correndo, sollevando con entrambe le mani il bordo del suo abito color champagne.

«Domande su cosa? Mia figlia non c’entra niente!»

Mi voltai lentamente verso di lei.

Era quasi grottesco sentirla difendermi proprio allora.

Dodici ore prima era entrata nella mia camera con un paio di forbici.

Adesso improvvisamente ero “sua figlia”.

«Signora, si allontani» disse uno degli agenti.

«Lei non capisce!» insistette mia madre. «Elena è una persona tranquilla. Lavora, risparmia, non fa certe cose.»

Giuliano rise.

Una risata bassa, breve, completamente fuori posto.

Tutti lo guardarono.

Lui teneva ancora una mano vicino al polsino della camicia, dove uno degli agenti lo aveva appena afferrato.

«No» disse. «Elena non fa certe cose.»

Poi mi fissò.

«Elena sistema le cose.»

Quelle parole mi colpirono più forte di quanto avrebbero dovuto.

L’investigatore si voltò verso di lui.

«Non parli con i testimoni.»

Giuliano sorrise appena.

«Testimone?»

Fece una pausa.

«È così che la chiamate?»

Il silenzio che seguì fu diverso dal precedente.

Più pesante.

Mio padre si fece largo tra gli invitati.

«Che diavolo sta insinuando?»

Giuliano non gli rispose.

Continuava a guardare me.

Per la prima volta mi accorsi che Chiara aveva smesso di piangere.

Era ancora davanti all’altare, pallida dentro il suo abito da quindicimila euro di saldo finale e altre decine di migliaia già versate, ma il suo sguardo non era più rivolto al futuro marito.

Era rivolto a me.

«Elena» disse.

Solo il mio nome.

Niente altro.

Ma dentro quelle tre sillabe c’era già un’accusa.

L’investigatore mi invitò a seguirlo verso uno dei SUV parcheggiati oltre la fila degli invitati. Non mi mise le manette. Non mi toccò nemmeno. Eppure attraversare quel giardino sotto cinquecento sguardi fu una delle cose più umilianti che avessi mai vissuto.

Sentivo i sussurri.

«È la sorella.»

«Quella con i capelli?»

«Forse lavorava con lui.»

«Ho sentito dire che ha pagato metà del matrimonio.»

Ogni frase sembrava aggiungere un nuovo strato a una storia che nessuno conosceva.

Nemmeno io.

Quando raggiungemmo l’auto, l’investigatore mi indicò il sedile posteriore, ma rimase fuori con la portiera aperta.

«Non è in stato di fermo» chiarì. «Può andarsene quando vuole. Ma le consiglio di ascoltare prima quello che abbiamo da dirle.»

«Come si chiama?»

Sembrò sorpreso dalla domanda.

«Capitano Andrea Moretti.»

Annuii.

«Bene, Capitano Moretti. Ho inviato io la segnalazione questa notte.»

«Lo sappiamo.»

Quella risposta mi fece irrigidire.

«Allora perché mi state trattando come se fossi coinvolta?»

Moretti mi studiò per qualche secondo.

Poi aprì una cartellina sottile.

«Perché la segnalazione che abbiamo ricevuto non è stata il primo elemento che ci ha portati alla famiglia Santini.»

Sentii un brivido scendermi lungo la schiena.

«Che cosa significa?»

«Significa che li stavamo osservando da otto mesi.»

Otto mesi.

Io avevo cominciato a conservare documenti circa sette mesi prima.

«E allora perché avete aspettato fino al matrimonio?»

«Non stavamo aspettando il matrimonio.»

Il suo sguardo scivolò verso la villa.

«Stavamo aspettando un trasferimento.»

«Quale trasferimento?»

Moretti estrasse un foglio.

Non me lo consegnò subito.

«Tre giorni fa sono stati spostati due milioni e quattrocentomila euro da una società immobiliare riconducibile a Santini verso una società appena costituita.»

Sentii la bocca seccarsi.

«E questo cosa ha a che fare con me?»

A quel punto mi porse il documento.

Lessi il nome una volta.

Poi una seconda.

Poi una terza.

ELC Consulting S.r.l.

Amministratore unico: Elena Conti.

Il mondo sembrò restringersi intorno a quel foglio.

«No.»

Moretti non disse nulla.

«Io non ho mai aperto questa società.»

«La firma digitale risulta sua.»

«Non è possibile.»

«Anche il documento d’identità utilizzato per la costituzione risulta suo.»

Alzai gli occhi.

«Mi hanno rubato l’identità.»

«È una possibilità.»

Quella frase mi spaventò più di una certezza.

«Una possibilità?»

«C’è dell’altro.»

Vidi mio padre avvicinarsi da lontano, seguito da mia madre. Un agente li fermò prima che potessero raggiungerci.

Moretti indicò un’altra riga del documento.

«La società ha un conto corrente aperto sei settimane fa.»

«Non ne so niente.»

«Dal conto è partito un bonifico di sessantamila euro.»

Mi si fermò il respiro.

Sessantamila.

La cifra esatta che avevo speso per il matrimonio.

«Verso chi?»

Moretti mi guardò.

«Verso la tenuta che ospita questa cerimonia.»

Non riuscivo più a muovere le dita.

Tutte le volte che avevo pagato un anticipo, mia madre mi aveva inviato coordinate bancarie, riferimenti, fatture. Io avevo fatto bonifici dal mio conto personale. O almeno, ero convinta di averlo fatto.

«Posso vedere le date?»

Moretti mi porse una seconda pagina.

Scorsi le transazioni.

Fiorista.

Catering.

Villa.

Atelier.

Servizi fotografici.

Le cifre che avevo pagato personalmente apparivano duplicate.

Una volta dai miei conti.

Una seconda volta da ELC Consulting.

«Qualcuno ha pagato due volte gli stessi fornitori.»

«Sì.»

«E il denaro duplicato dov’è finito?»

«È quello che stiamo cercando di capire.»

Il mio stomaco si strinse.

«Giuliano?»

Moretti non rispose.

Non ne aveva bisogno.

Dall’altra parte del giardino, vidi Chiara scendere i gradini dell’altare e puntare verso di noi. Aveva sollevato la gonna con entrambe le mani e camminava così velocemente che due damigelle dovettero scansarsi.

Quando arrivò abbastanza vicino, urlò il mio nome.

«ELENA!»

L’agente tentò di fermarla.

Lei lo aggirò.

«Che cosa hai fatto?»

«Chiara, non è il momento.»

«Non è il momento?»

Aveva il mascara colato sotto gli occhi e il velo storto.

«Mio marito viene portato via davanti a tutti e tu dici che non è il momento?»

«Non è tuo marito.»

La frase mi uscì prima che potessi trattenerla.

Il suo viso cambiò.

«Sei contenta.»

«Cosa?»

«Sei sempre stata gelosa.»

Quasi risi.

Non perché fosse divertente.

Perché era assurdo.

«Ho pagato sessantamila euro per questo matrimonio.»

«Per controllarlo.»

«Perché mamma e papà me lo chiedevano continuamente.»

«Nessuno ti ha obbligata.»

Quelle parole aprirono qualcosa dentro di me.

Mi alzai dall’auto.

«No. Hai ragione.»

Chiara esitò.

«Nessuno mi ha obbligata. Voi avete soltanto trasformato ogni rifiuto in una prova che non vi amavo abbastanza.»

Mia madre, ancora dietro l’agente, gridò:

«Non iniziare con queste scenate proprio oggi!»

Mi voltai verso di lei.

Per un istante sentii ancora il freddo delle forbici contro la nuca.

Poi tornai a guardare Chiara.

«Qualcuno ha aperto una società a mio nome.»

Il suo viso si svuotò.

«Che cosa?»

«E ha usato quella società per far passare denaro legato al tuo matrimonio.»

Chiara smise di respirare.

O almeno così sembrò.

Fu un cambiamento minuscolo.

Ma lo vidi.

«Tu ne sai qualcosa.»

«No.»

Troppo veloce.

«Chiara.»

«Ho detto di no.»

Abbassò gli occhi per meno di un secondo.

Verso la sua borsa.

Una piccola pochette bianca affidata poco prima a una damigella.

Moretti notò lo stesso movimento.

«Signora Conti—»

«Non sono ancora sposata» scattò Chiara.

«Signorina Conti, ha qualcosa che dovremmo vedere?»

Lei strinse le labbra.

«No.»

Poi il suo telefono cominciò a squillare dentro la pochette.

Chiara impallidì.

La damigella gliela porse.

Sul display compariva soltanto una parola.

Papà.

Guardai automaticamente verso nostro padre.

Era a meno di venti metri da noi.

E il suo telefono era chiaramente nella sua mano.

Chiara fissò lo schermo.

Moretti lo vide.

Anch’io.

«Chi ti sta chiamando?» chiesi.

Lei rifiutò la chiamata.

Il telefono squillò di nuovo.

Stesso nome.

Papà.

Mio padre gridò dalla distanza:

«Non rispondere!»

Tutti si voltarono verso di lui.

Il silenzio cadde come una lama.

Moretti fece un passo avanti.

«Perché non dovrebbe rispondere?»

Mio padre aprì la bocca.

Nessun suono uscì.

Chiara tremava.

Alla terza chiamata, il telefono smise di squillare.

Un messaggio apparve sullo schermo.

Chiara lo lesse.

Poi alzò lentamente gli occhi verso nostro padre.

Io riuscii a vedere soltanto le prime parole.

NON DIRE NULLA SU ELENA.

Sotto, una seconda riga.

LA FIRMA L’HA MESSA TUA MADRE.

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