Una bambina aspettò tutto il giorno davanti alla villa perché sua madre non riceveva lo stipendio da tre mesi e, quando finalmente vide il proprietario, gli chiese: «Perché ha mentito a mia mamma?». Lui non alzò la voce; si limitò a chiamare il contabile, senza sapere che sua moglie aveva nascosto qualcosa di molto peggio.
PARTE 1
«Aveva detto che oggi mia mamma sarebbe stata pagata. Allora perché ha mentito?»
Alessandro Monti rimase immobile nel mezzo dell’atrio di marmo della sua villa ai Parioli, a Roma. Era appena uscito da una telefonata con alcuni investitori, aveva ancora la giacca appoggiata sull’avambraccio e la testa occupata da cifre da milioni di euro, quando quella vocina lo fermò come se qualcuno gli avesse improvvisamente sbarrato la strada con un muro.
Si voltò lentamente.
Davanti a lui c’era una bambina di circa nove anni, con la divisa della scuola primaria, due trecce spettinate e uno zainetto rosa appeso a una spalla. Non sembrava spaventata. Tremava, sì, ma di rabbia.
«Stai parlando con me?» chiese Alessandro.
«Sì» rispose lei. «Proprio con lei.»
Alessandro si guardò intorno, confuso. Vicino all’ingresso di servizio, una donna magra dai capelli scuri, con un grembiule grigio e le mani screpolate dai detergenti, fece un movimento disperato per avvicinarsi.
«Martina, stai zitta» sussurrò. «Ti prego.»
Ma la bambina non smise di parlare.
«Mia mamma lavora qui» continuò. «Pulisce le stanze al piano di sopra, fa il bucato, aiuta in cucina quando ci sono le cene. Esce di casa quando è ancora buio e torna quando io ho già sonno. A volte le fanno così male le mani che non riesce nemmeno a tenere un cucchiaio.»
Ad Alessandro si mozzò il respiro.
«Chi è tua madre?»
La donna abbassò la testa.
«Teresa Greco, signore» riuscì appena a rispondere. «La prego di scusare mia figlia. Non avrebbe dovuto rivolgersi a lei in quel modo.»
«Non voglio delle scuse» disse Alessandro, senza staccare gli occhi dalla bambina. «Sto cercando di capire.»
Martina fece un passo avanti.
«Mia mamma non riceve lo stipendio da tre mesi.»
Nell’atrio calò il gelo.
Dalla cucina arrivò il rumore di un piatto che cadeva nel lavello. Qualcuno aveva sentito.
«Ogni volta che chiede, le dicono di aspettare» continuò la bambina. «Che c’è stato un problema con la banca. Che gli stipendi sono in ritardo. Che sarà la settimana prossima. Ma la settimana prossima non arriva mai.»
Alessandro si voltò verso Teresa.
«È vero?»
Teresa strinse il grembiule tra le dita.
«Sì, signore. Ma non volevo creare problemi. Mi avevano detto che oggi avrebbero sistemato tutto.»
«Chi gliel’ha detto?»
«Il signor Ernesto, il responsabile della villa. Mi ha detto che questa mattina lei aveva autorizzato il pagamento.»
Lo sguardo di Alessandro si indurì.
«Questa mattina non ho autorizzato nessun pagamento.»
Teresa impallidì.
Proprio in quel momento, il suo cellulare cominciò a squillare. La donna guardò lo schermo e nei suoi occhi comparve il panico.
«È il proprietario della stanza che affitto» mormorò. «Mi sta chiamando da tutto il giorno.»
Martina sollevò il mento.
«Rispondi, mamma. E metti il vivavoce.»
«No, tesoro. Non si fa.»
«Faglielo sentire» insistette la bambina, guardando Alessandro. «Così capirà perché siamo qui ad aspettare da stamattina presto.»
Il telefono continuava a squillare.
Alessandro non disse nulla, ma non se ne andò.
Teresa rispose con la mano tremante.
«Pronto…»
Dal vivavoce uscì la voce aspra di un uomo.
«Teresa! Dov’è l’affitto? Te l’ho già detto che oggi era l’ultimo giorno. Ho un’altra famiglia pronta a entrare. Se non mi paghi entro stasera, domani cambio la serratura.»
«Signor Rinaldi, la prego» disse Teresa, cercando di trattenere le lacrime. «Sono al lavoro. Mi avevano detto che oggi mi avrebbero pagata. Domani mattina presto le porto tutto. Glielo giuro.»
«Me l’hai già giurato la settimana scorsa! E quella prima ancora! Mi devi tre mesi di affitto. Se oggi non vieni con i soldi, prepari le valigie. Hai capito?»
«Ho mia figlia con me. Non abbiamo un altro posto dove andare.»
«Non è un problema mio.»
La chiamata si interruppe.
Teresa abbassò il telefono come se pesasse una tonnellata. Martina tornò a guardare Alessandro.
«Ha sentito, signore?»
Alessandro non rispose subito. La sua espressione era cambiata.
«Sì» disse infine. «Ho sentito.»
La bambina annuì, con gli occhi pieni di lacrime che si rifiutava di lasciar cadere.
«Allora adesso sa perché mia madre le ha creduto.»
Alessandro rivolse lo sguardo verso la grande scalinata, poi verso i ritratti di famiglia appesi alle pareti, poi ancora verso quell’enorme villa che all’improvviso gli sembrava così estranea.
«Restate qui» ordinò a bassa voce. «Non andate via.»
Poi si incamminò verso lo studio, senza sapere che quella bambina aveva appena spalancato la porta sul segreto più sporco della sua stessa famiglia.
Nessuno, in quella casa, avrebbe potuto immaginare ciò che stava per venire alla luce.







No comments yet