Per alcuni secondi la donna rimase perfettamente immobile. Intorno a noi, Fiumicino continuava a vivere come se nulla fosse: trolley che rotolavano sul pavimento, annunci metallici dagli altoparlanti, famiglie che si abbracciavano davanti agli arrivi. Ma nello spazio ristretto tra me, Alessandro e quella sconosciuta, il tempo sembrava essersi fermato.
«I tuoi... figli?» ripeté lei lentamente.
Alessandro abbassò gli occhi verso i tre bambini. Non rispose subito. Mia figlia, ignara della tensione, continuava a tenere il cracker verso di lui come se quella fosse la cosa più importante del mondo.
«Sì», disse infine. «Sono miei.»
La donna fece un passo indietro. Era elegante, forse poco più che trentenne, con un cappotto color crema e i capelli castani raccolti dietro la nuca. Notai allora l'anello alla sua mano sinistra.
Mi si strinse lo stomaco.
Lei seguì il mio sguardo e, quasi istintivamente, chiuse la mano.
Alessandro se ne accorse.
«Giulia, lei è Beatrice Conti.»
Il nome mi era familiare. Molto familiare. La famiglia Conti possedeva una delle più importanti società alberghiere italiane. Ricordavo di aver letto qualcosa su una possibile collaborazione con il gruppo Rinaldi.
Ma Alessandro aggiunse due parole che trasformarono quel semplice incontro in qualcosa di molto diverso.
«La mia fidanzata.»
Non provai gelosia. Quella parte di me era morta durante una notte di pioggia diciotto mesi prima. Provai invece una strana compassione per la donna davanti a me, perché il modo in cui guardava Alessandro mi diceva chiaramente che quella mattina aveva appena scoperto qualcosa che nessuno le aveva raccontato.
«Da quanto?» domandò Beatrice.
Alessandro sembrò confuso.
«Cosa?»
«Da quanto sai di loro?»
«Da circa trenta secondi.»
Lei lo fissò, cercando probabilmente di capire se stesse mentendo.
Intervenni prima che la situazione degenerasse.
«Non sapeva che fossero tre.»
Beatrice si voltò verso di me.
«Ma sapeva della gravidanza.»
Non era una domanda.
Annuii.
Il silenzio che seguì fu molto più duro di qualsiasi accusa.
Alessandro si passò una mano sul viso.
«Giulia, perché non mi hai detto dei gemelli?»
Quella domanda riuscì finalmente a risvegliare qualcosa che avevo tenuto sotto controllo fino a quel momento.
«Triplette», lo corressi.
«Perché non me l'hai detto?»
Lo guardai incredula.
«Quando avrei dovuto farlo, Alessandro? Prima o dopo che mi hai detto di crescere mio figlio da sola?»
Beatrice abbassò lentamente lo sguardo.
Alessandro serrò la mascella.
«Avresti comunque dovuto dirmelo.»
«Ti ho chiamato.»
Quelle tre parole lo fecero tacere.
Ricordavo perfettamente quelle settimane. La paura dopo la prima ecografia. Il medico che mi mostrava tre piccoli battiti sul monitor mentre io cercavo disperatamente di capire come avrei potuto farcela.
Avevo chiamato Alessandro quella stessa sera.
Poi il giorno dopo.
E ancora.
«Cinque volte», continuai. «Ti ho lasciato due messaggi.»
Alessandro aggrottò la fronte.
«Non ho mai ricevuto nessun messaggio.»
Risi senza allegria.
«Certo.»
«Giulia, sto dicendo la verità.»
Prima che potessi rispondere, uno dei bambini cominciò ad agitarsi tra le mie braccia. Alessandro fece istintivamente mezzo passo verso di noi, ma si fermò immediatamente, quasi temesse di non averne il diritto.
Quella esitazione mi colpì più di quanto volessi ammettere.
«Come si chiamano?» chiese.
Lo fissai.
Per diciotto mesi avevo immaginato mille volte un eventuale incontro. In alcune versioni gli urlavo contro. In altre me ne andavo senza concedergli una parola. Non avevo mai immaginato che mi avrebbe semplicemente chiesto i loro nomi.
Indicai la bambina con il maglioncino giallo.
«Sofia.»
Poi il piccolo accanto al passeggino.
«Tommaso.»
Abbassai gli occhi verso il bambino che tenevo.
«E lui è Luca.»
Alessandro ripeté quei nomi sottovoce.
«Sofia. Tommaso. Luca.»
Come se volesse impararli in pochi secondi per recuperare diciotto mesi perduti.
Sofia gli porse nuovamente il cracker.
«Adesso lo vuoi?»
Per la prima volta vidi gli occhi di Alessandro riempirsi di lacrime.
Si inginocchiò lentamente davanti a lei.
«Sì», mormorò. «Grazie.»
Prese quel mezzo cracker con una delicatezza assurda. Sofia sorrise soddisfatta e tornò verso suo fratello.
Beatrice osservava tutto in silenzio.
Poi il suo telefono vibrò.
Guardò lo schermo e qualcosa nel suo viso cambiò.
«Dobbiamo andare», disse ad Alessandro. «Tuo padre ci sta aspettando.»
Alessandro si irrigidì.
Quel nome non era stato pronunciato, ma bastò la parola padre.
Conoscevo Vittorio Rinaldi soltanto attraverso i racconti di Alessandro: un uomo severo, ossessionato dal nome della famiglia, dalla reputazione e dalla continuità dell'impero economico. Alessandro aveva trascorso metà della propria vita cercando di diventare esattamente ciò che suo padre pretendeva.
«Non vado da nessuna parte», disse Alessandro.
Beatrice lo guardò incredula.
«Tra quaranta minuti abbiamo l'incontro con mio padre e il consiglio. Oggi dobbiamo annunciare ufficialmente il matrimonio.»
Questa volta fui io a irrigidirmi.
Alessandro guardò Beatrice, poi me, poi i bambini.
«Rimandalo.»
«Non posso rimandare un annuncio preparato da tre mesi.»
«Allora annullalo.»
Il volto di Beatrice impallidì.
«Stai annullando il nostro fidanzamento perché hai incontrato tre bambini dieci minuti fa?»
«Sto dicendo che devo capire cosa sta succedendo.»
«Io credo di averlo capito benissimo.»
Beatrice si voltò verso di me.
Mi aspettavo rabbia. Invece vidi qualcosa di diverso: umiliazione.
«Mi dispiace», dissi piano. «Non sapevo nemmeno che esistessi.»
Lei annuì appena.
Poi guardò Alessandro.
«Nemmeno io sapevo che esistessero loro.»
Se ne andò senza aggiungere altro.
Alessandro rimase fermo a guardarla allontanarsi. Poi raccolse il telefono rotto dal pavimento.
«Giulia.»
«No.»
«Devo parlarti.»
«Hai avuto diciotto mesi.»
Presi il passeggino e cominciai ad allontanarmi.
Lui mi seguì.
«Ti prego.»
Mi fermai.
Era la prima volta che sentivo Alessandro Rinaldi pronunciare quelle parole rivolgendosi a me.
«Dammi mezz'ora.»
«Per cosa?»
«Per capire perché non ho mai ricevuto quelle chiamate.»
Scossi la testa.
«Non trasformare quello che hai fatto in un problema tecnico.»
«Non lo sto facendo. Ho scelto di andarmene e non sto cercando scuse. Ma se mi hai contattato dopo... voglio sapere cosa è successo.»
Stavo per rispondergli quando il suo telefono rotto, incredibilmente ancora acceso, vibrò.
Sul display comparve un nome.
**Vittorio Rinaldi.**
Alessandro esitò, poi rispose.
«Papà.»
Non sentii la prima frase dall'altra parte. Vidi soltanto Alessandro diventare pallido.
Poi Vittorio parlò abbastanza forte perché riuscissi a distinguere alcune parole.
«Allontanati immediatamente da quella donna.»
Alessandro sollevò lentamente gli occhi verso di me.
«Come sai che sono con Giulia?»
Seguì un silenzio.
Poi la voce di Vittorio arrivò chiarissima attraverso il telefono.
«Perché diciotto mesi fa sono stato io a fare in modo che tu non ricevessi mai i suoi messaggi.»







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