«La mamma è andata a dormire in un posto dove ci sono tanti dottori.»
Per qualche secondo Giacomo non riuscì a capire davvero le parole di Luca. Le sentì, certo, ma rimasero sospese nell’aria come qualcosa che il cervello si rifiutava di trasformare in significato. Leonardo abbassò immediatamente lo sguardo, mentre Luca stringeva tra le dita un mirtillo senza mangiarlo.
Giacomo si costrinse a mantenere la voce calma.
«Un ospedale?»
Leonardo annuì lentamente.
«La mamma ha detto che non dovevamo dire niente agli sconosciuti. Solo a te.»
«Quale ospedale?»
I gemelli si guardarono.
«Non lo sappiamo», disse Leonardo. «Siamo arrivati con un signore.»
Giacomo sentì qualcosa irrigidirsi dentro di lui.
«Che signore?»
«Aveva una macchina grigia», intervenne Luca. «La mamma gli ha dato dei soldi.»
Leonardo scosse subito la testa.
«Non erano soldi. Era una busta.»
Giacomo si alzò lentamente. Chiara, rimasta vicino alla porta, lo osservava in silenzio. Lo conosceva da sette anni e probabilmente non l’aveva mai visto così: immobile, pallido, incapace di trasformare un problema in una soluzione immediata.
«Chiara.»
«Sì?»
«Voglio tutte le registrazioni delle telecamere dall’una di stanotte fino al momento in cui sono stati trovati. Atrio, garage, ingressi laterali, strada.»
«Subito.»
«E nessuno deve sapere dei bambini.»
Chiara esitò.
«La riunione con Francoforte comincia tra venti minuti.»
Giacomo la guardò.
«Cancellala.»
Lei rimase senza parole.
Cinque miliardi di euro di operazione. Otto mesi di trattative. Una riunione che Giacomo aveva definito, appena il giorno prima, “non rinviabile nemmeno in caso di incendio”.
«Cancellala», ripeté.
Chiara annuì e uscì.
Giacomo tornò verso i bambini.
«Posso vedere cosa avete nello zaino?»
Leonardo lo strinse contro il petto.
La diffidenza negli occhi del bambino lo colpì più della resistenza stessa.
«La mamma ha detto che nessuno deve prenderlo.»
«Nemmeno io?»
Leonardo rimase in silenzio.
Poi domandò qualcosa che Giacomo non si aspettava.
«Sei davvero nostro padre?»
Il cuore di Giacomo ebbe un sussulto doloroso.
Avrebbe potuto mentire. Avrebbe potuto dire che servivano delle prove, che gli adulti dovevano verificare certe cose, che la realtà non funzionava come nelle storie raccontate ai bambini.
Ma Leonardo lo stava guardando come se quella risposta potesse decidere se fidarsi ancora del mondo.
«Non lo so ancora con certezza», disse Giacomo. «Ma credo di sì.»
Luca sollevò lo sguardo.
«La mamma diceva che hai paura di voler bene alle persone.»
Giacomo non respirò.
Leonardo diede una gomitata al fratello.
«Non dovevi dirlo.»
«Perché?»
«Perché era una cosa triste.»
Giacomo si voltò verso la finestra.
Milano si estendeva sotto di lui, lucida e distante. Per anni aveva considerato quella vista una prova della propria vittoria. Aveva costruito tutto ciò che suo padre gli aveva insegnato a desiderare: controllo, prestigio, denaro, invulnerabilità.
Elena era stata l’unica persona a dirgli che non era forza.
Era paura.
Cinque anni prima, durante l’ultima discussione nel loro appartamento vicino ai Navigli, lei gli aveva detto:
“Un giorno avrai tutto quello che vuoi, Giacomo. E scoprirai di non avere nessuno con cui condividerlo.”
Lui se n’era andato quella stessa notte.
Tre settimane dopo aveva accettato un incarico a Londra.
Quando era tornato in Italia quasi un anno più tardi, Elena aveva lasciato il loro vecchio appartamento.
Giacomo aveva cercato di chiamarla.
Due volte.
Poi aveva smesso.
Per orgoglio, si era sempre raccontato.
Adesso quella scelta gli sembrava improvvisamente mostruosa.
«Posso almeno guardare insieme a voi?» domandò.
Leonardo esitò, poi posò lo zaino sul tavolo.
Dentro c’erano due magliette per bambino, calzini, uno spazzolino blu, uno rosso, due automobiline consumate e un piccolo peluche a forma di volpe.
Nient’altro.
Poi Giacomo vide una tasca interna.
Leonardo la coprì immediatamente con la mano.
«Quella no.»
«Perché?»
«La mamma ha detto di aprirla soltanto se tu non ci credevi.»
Giacomo sentì il sangue diventare freddo.
«A cosa?»
Leonardo non rispose.
Luca invece indicò Giacomo.
«A noi.»
La porta si aprì improvvisamente.
Chiara entrò con il laptop tra le mani.
Aveva perso il colore dal viso.
«Dottor Moretti, deve vedere una cosa.»
Giacomo si avvicinò.
Sul monitor compariva l’atrio della Torre Smeraldo alle 4:37 del mattino.
Una berlina grigia si fermava davanti all’ingresso.
Un uomo con cappotto scuro scendeva dal posto di guida e accompagnava Leonardo e Luca verso la porta.
Il volto era parzialmente nascosto da un berretto.
Giacomo guardò il filmato senza respirare.
«Ingrandisci.»
Chiara fermò l’immagine.
L’uomo si voltava appena verso una telecamera laterale.
Il volto rimaneva sfocato, ma abbastanza visibile perché Giacomo riconoscesse qualcosa.
Non l’uomo.
La spilla d’argento fissata al suo cappotto.
Una piccola bussola attraversata da una linea verticale.
Giacomo conosceva quel simbolo.
Lo vedeva ogni settimana da quasi quindici anni.
Era il vecchio stemma della Moretti Meridian Capital, quello che suo padre aveva fatto incidere sulle spille consegnate esclusivamente ai primi sette membri del consiglio d’amministrazione.
Chiara lo guardò.
«Conosce quell’uomo?»
Giacomo non rispose.
Il suo telefono vibrò sulla scrivania.
Numero sconosciuto.
Aprì il messaggio.
C’erano soltanto undici parole.
**Se vuoi rivedere Elena viva, non cercare l’uomo della macchina.**
Sotto comparve immediatamente un secondo messaggio.
**E soprattutto non fidarti di nessuno dentro la tua azienda.**







No comments yet