Clara mi aspettava quando l’aereo atterrò, con indosso il camice sanitario e l’espressione di una donna pronta ad affrontare un esercito. Quando mi vide sulla barella, non disse nulla per alcuni secondi. Si limitò ad avvicinarsi, mi prese delicatamente la mano e la strinse. «Sei arrivata», disse infine. Io annuii, ma non riuscii a trattenere le lacrime. «Non volevo più aspettare». Clara abbassò lo sguardo sulla mia gamba immobilizzata, poi tornò a fissarmi negli occhi. «Allora da oggi non aspetterai più nessuno». Quelle parole mi fecero più male di qualsiasi medicinale, perché erano esattamente ciò che avevo bisogno di sentire.
Mi trasferirono nella clinica di Clara quella stessa sera. La struttura si trovava poco fuori Lugano, immersa nel verde, lontana dal rumore di Milano e soprattutto lontana da Alessandro. Per la prima volta da quando avevo aperto gli occhi in ospedale, nessuno mi chiese di preoccuparmi di Martina. Nessuno mi disse che dovevo essere comprensiva. Nessuno mi ricordò che Alessandro era sotto pressione. Eppure quella calma mi metteva quasi paura. Ero stata così abituata a giustificare tutti che non sapevo più cosa fare con il mio dolore.
Clara rimase nella stanza mentre un’infermiera controllava i parametri. Quando finalmente fummo sole, aprì una cartella sul tablet. «Ho letto il rapporto dell’intervento. La situazione è seria, Sofia. La gamba richiederà settimane di riabilitazione e dobbiamo tenere sotto controllo l’infezione». Inspirai lentamente. «Posso tornare a camminare?». Clara non mi mentì. «Sì, ma non sarà facile. E ci vorrà tempo». Chiusi gli occhi. «Tempo ne ho». Lei sorrise appena. «Bene. Perché adesso dobbiamo usarlo per qualcosa di più importante della riabilitazione».
Non capii cosa intendesse finché non appoggiò una busta marrone sul tavolo accanto al letto. «L’ha consegnata un corriere questa mattina. È arrivata a casa mia poco dopo che mi hai chiamata». La guardai senza toccarla. Sopra c’era scritto il mio nome completo. Sofia Romano. Non Sofia Monti. Il fatto che Clara avesse scelto di usare il mio cognome da nubile mi fece stringere lo stomaco.
«Che cos’è?». «Non lo so. Ma viene da Milano». Rimasi immobile. Per qualche secondo pensai ad Alessandro. Forse aveva finalmente capito. Forse aveva scoperto che me n’ero andata e aveva mandato qualcuno a cercarmi. Una parte minuscola e vergognosa di me sperava ancora che avesse avuto paura di perdermi.
Aprii la busta.
Dentro c’era una copia del certificato di matrimonio, una fotografia del mio documento d’identità e tre pagine stampate. Lessi la prima riga e sentii il cuore rallentare.
«Signora Romano, su incarico del mio assistito, signor Alessandro Monti…».
Alzai gli occhi verso Clara.
«È un avvocato».
Clara non sembrò sorpresa. «Continua a leggere».
Le mani cominciarono a tremarmi. Alessandro chiedeva formalmente di essere informato sulla mia posizione, sul trasferimento sanitario e sulle mie intenzioni riguardo alla nostra abitazione. Parlava di «allontanamento improvviso», «assenza ingiustificata» e «necessità di tutelare il patrimonio familiare». Lessi quelle parole due volte.
Patrimonio familiare.
Non diceva amore. Non diceva moglie. Non diceva paura.
Patrimonio.
In fondo alla pagina c’era una frase che mi fece gelare il sangue.
«Il mio assistito intende inoltre verificare eventuali movimentazioni finanziarie effettuate dalla signora Romano negli ultimi sei mesi».
Guardai Clara. «Io non ho toccato i suoi soldi».
«Lo so».
«Non ho preso niente da casa».
«Lo so».
«Allora perché scrive questo?».
Clara rimase in silenzio. Poi prese il tablet e aprì un documento. «Perché probabilmente vuole costruire una versione dei fatti prima che tu possa raccontare la tua».
Quella frase cambiò qualcosa dentro di me.
Per tre anni avevo lasciato che Alessandro raccontasse chi ero. La moglie gelosa. Quella troppo sensibile. Quella che non capiva Martina. Quella che faceva drammi per niente.
Adesso qualcuno stava preparando la storia in cui io ero la colpevole.
«Clara… c’è qualcosa che non mi hai detto?».
Lei esitò.
Fu quell’esitazione a farmi paura.
«Prima che tu arrivassi, ho ricevuto una telefonata».
«Da chi?».
Clara appoggiò il tablet.
«Da una donna che lavora nell’ufficio amministrativo della società di Alessandro».
Sentii un brivido lungo la schiena.
«Perché avrebbe chiamato te?».
«Perché cercava qualcuno che conoscesse Sofia Romano».
La stanza sembrò improvvisamente troppo silenziosa.
«Che cosa voleva?».
Clara mi fissò.
«Voleva sapere se eri già a Lugano».
Il mio stomaco si chiuse.
«E tu cosa hai risposto?».
«Che non sapevo dove fossi».
Abbassai lo sguardo sulla busta dell’avvocato.
«Perché qualcuno della sua società dovrebbe cercarmi?».
Clara non rispose subito. Poi disse piano: «Perché, Sofia, sembra che il problema non sia soltanto il tuo matrimonio».
In quel momento il mio telefono, quello che avevo tenuto spento per ore, si accese sul comodino.
Non era Alessandro.
Era un numero sconosciuto.
Un solo messaggio.
«Non fidarti di Martina. Lei sa perché Alessandro ti ha lasciata morire».
Rimasi a fissare lo schermo senza riuscire a respirare.
Poi arrivò un secondo messaggio.
Questa volta c’era un allegato.
Una fotografia scattata tre anni prima, la sera del mio matrimonio.
E accanto ad Alessandro, sorridente davanti all’obiettivo, c’era Martina.
Ma non era quello a sconvolgermi.
Era la persona che stava in piedi dietro di loro.
La riconobbi immediatamente.
Era la stessa donna che Clara aveva detto di aver sentito al telefono poche ore prima.







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