«L’uomo che tutti hanno creduto morto da vent’anni potrebbe essere ancora vivo».
Rimasi con il telefono stretto tra le dita, incapace di formulare una risposta. Clara si avvicinò e mi guardò in faccia. «Sofia?».
Feci un respiro lento. «Elena, se mio padre è vivo, voglio vederlo».
Dall’altra parte sentii un silenzio pesante.
«Non è così semplice».
«Perché?».
«Perché se fosse semplice, lei lo avrebbe già incontrato».
Quelle parole mi fecero gelare.
«Dove si trova?».
«Non posso dirglielo finché non sono sicura che non la stiano seguendo».
Clara si alzò e guardò verso la finestra.
«Elena», dissi, «sono appena stata quasi uccisa in un incidente e mio marito ha scelto un’altra donna mentre ero su una barella. Ho scoperto che il mio matrimonio potrebbe essere stato costruito su un accordo e che mio padre potrebbe non essere morto. A questo punto mi dica tutto».
La donna sospirò.
«Suo padre è vivo. Ma non è l’uomo che ricorda».
Sentii gli occhi riempirsi di lacrime.
«Che cosa significa?».
«Quando lo vidi per l’ultima volta, era costretto a vivere sotto un altro nome. Aveva paura che i Monti lo trovassero».
«I Monti?».
«Sì».
La mia voce si spezzò. «Ma perché mio padre avrebbe dovuto nascondersi dalla famiglia Monti?».
«Perché aveva scoperto chi stava rubando il patrimonio della società».
Clara si avvicinò.
«E chi era?», chiese.
Elena rimase in silenzio.
Poi disse: «Non posso dirvelo al telefono».
«Allora mi dica dove incontrarla».
«Domani. Ma non a Milano».
Mi comunicò un piccolo paese sul lago di Como e un indirizzo.
«Alle undici. Venga con Clara, se deve. Ma nessun altro».
Prima di chiudere la chiamata, aggiunse: «E soprattutto, non dica ad Alessandro che suo padre è vivo».
La linea cadde.
Rimasi a fissare lo schermo.
«Sofia», disse Clara, «qualcosa non torna».
«Cosa?».
«Se Elena sa dove si trova tuo padre, perché ha aspettato vent’anni per cercarti?».
Non avevo una risposta.
Quella notte cercai di dormire, ma continuavo a pensare alla frase che avevo letto nel documento: il matrimonio con Sofia Romano dovrà essere mantenuto fino alla conclusione dell’accordo.
Quale accordo?
Perché proprio io?
E soprattutto, cosa aveva scoperto mio padre?
La mattina seguente partimmo presto.
Il viaggio verso il lago fu silenzioso. Guardavo il paesaggio scorrere oltre il finestrino mentre dentro di me combattevano due emozioni opposte. Una parte di me voleva credere che fosse tutto vero. Che mio padre fosse vivo. Che esistesse finalmente qualcuno in grado di spiegarmi perché la mia vita fosse stata costruita su così tante bugie.
L’altra parte aveva paura.
Perché se mio padre era vivo, allora qualcuno aveva passato vent’anni a nasconderlo.
E quel qualcuno poteva ancora essere abbastanza potente da farlo sparire una seconda volta.
Elena ci aspettava davanti a una piccola pensione.
La riconobbi immediatamente dalla fotografia che Martina mi aveva inviato.
Era più anziana di come la ricordavo, ma aveva lo stesso sguardo deciso.
Appena mi vide, mi abbracciò.
«Sei identica a tuo padre».
Quelle parole mi distrussero.
«Lei lo conosce davvero?».
«Lo conosco meglio di quanto vorrei».
Entrammo in una stanza sul retro.
Elena chiuse la porta a chiave.
Poi tirò fuori una vecchia fotografia.
C’era mio padre.
Ma questa volta non era giovane.
Era stato fotografato qualche anno prima.
Vivo.
Seduto su una sedia a rotelle, con il volto più magro e i capelli completamente bianchi.
Mi portai una mano alla bocca.
«Quando è stata scattata?».
«Sei mesi fa».
Le lacrime cominciarono a scendermi sulle guance.
«Dov’è?».
Elena abbassò la fotografia.
«A pochi chilometri da qui».
Feci per alzarmi.
«Portami da lui».
«Prima devi sapere una cosa».
«Cosa?».
Elena guardò Clara.
«Tuo padre non si è nascosto soltanto per proteggere se stesso».
«Per chi?».
«Per te».
Mi immobilizzai.
Elena aprì una seconda cartella.
Dentro c’erano documenti che riportavano il mio nome.
«Quando eri bambina, tuo padre scoprì che la quota del venticinque per cento intestata a te non era soltanto una partecipazione societaria».
«Cos’era?».
«Era una protezione legale».
Clara si chinò sui documenti.
«Protezione da cosa?».
Elena rispose piano:
«Da un trasferimento di controllo».
Mi porse un foglio.
«Tuo padre aveva scoperto che, se tu fossi rimasta senza protezione legale, alla maggiore età la tua quota sarebbe potuta passare sotto il controllo della famiglia Monti».
«E il matrimonio?».
Elena mi guardò.
«Era il piano».
Sentii un vuoto nello stomaco.
«Mio padre voleva che sposassi Alessandro?».
«No».
La risposta fu immediata.
«Tuo padre voleva che tu fossi protetta da un accordo prematrimoniale. Ma qualcuno cambiò i documenti».
«Chi?».
Elena abbassò gli occhi.
«Teresa».
Il nome mi attraversò come una lama.
«Teresa Monti modificò l’accordo per fare in modo che Alessandro avesse accesso alla tua quota».
Clara si irrigidì.
«Ma perché Alessandro avrebbe accettato?».
Elena non rispose.
Fu in quel momento che capii.
«Martina».
Elena annuì lentamente.
«La famiglia De Luca era indebitata. E la quota di Martina nella società non era un regalo».
«Cosa significa?».
«Era il pagamento per qualcosa che suo padre aveva fatto per i Monti».
Prima che potessi chiedere altro, il telefono di Elena squillò.
Lei guardò lo schermo e il volto le cambiò.
«Chi è?», chiesi.
Elena non rispose.
Guardò Clara.
Poi me.
«È l’uomo che vi ha seguite fin qui».
Mi voltai verso la finestra.
Un'auto nera era parcheggiata dall’altra parte della strada.
Il motore era acceso.
E accanto all’auto, con il telefono in mano, c’era Alessandro.
Ma non era solo.
Accanto a lui c’era Teresa.
Elena afferrò la mia mano.
«Non devono entrare».
In quel preciso momento qualcuno bussò alla porta.
Tre colpi.
Lenti.
Poi la voce di Alessandro attraversò il corridoio.
«Sofia, so che sei lì».
Mi si fermò il cuore.
«Apri la porta».
Ci fu una pausa.
Poi aggiunse:
«E questa volta parleremo di tuo padre».







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