«E questa volta parleremo di tuo padre».
La voce di Alessandro rimase dall’altra parte della porta. Calma. Quasi gentile. Era proprio quella calma a farmi paura. Conoscevo mio marito abbastanza da sapere che quando alzava la voce era arrabbiato, ma quando parlava così significava che aveva già preparato ogni mossa.
Elena mi afferrò il polso.
«Non aprire».
Clara si avvicinò alla finestra e scostò appena la tenda. «Ci sono due uomini con lui».
«Guardie del corpo?», domandai.
«Probabile».
Alessandro bussò di nuovo.
«Sofia, non rendere tutto più difficile. Sei appena stata operata. Non puoi scappare per sempre».
Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me.
«Non sto scappando», risposi abbastanza forte perché mi sentisse. «Sto finalmente andando via».
Dall’altra parte ci fu silenzio.
Poi una risata breve.
«Non sai nemmeno da cosa stai andando via».
Elena si avvicinò.
«Devi uscire dal retro».
«E lei?».
«Io li trattengo».
«No».
Elena mi guardò con fermezza. «Sofia, tuo padre ha aspettato vent’anni per proteggerti. Non permetterò che tutto sia stato inutile».
Clara prese la mia sedia a rotelle.
«Andiamo».
Uscimmo da una porta secondaria che conduceva a un piccolo cortile. Il dolore alla gamba aumentava a ogni movimento, ma continuai senza fermarmi. Arrivammo all’auto di Clara pochi secondi prima che sentissimo una porta sbattere dall’altra parte dell’edificio.
Alessandro aveva capito.
Clara mise in moto.
«Dove andiamo?».
Guardai Elena.
«Da mio padre».
Lei annuì.
«Adesso».
Guidammo per quasi venti minuti lungo strade secondarie. Io tenevo la fotografia stretta tra le dita. Continuavo a guardare quel volto più anziano, cercando nei lineamenti dell’uomo nella foto il padre che ricordavo.
Avevo diciassette anni quando mi avevano detto che era morto.
Ricordavo mia madre in lacrime.
Ricordavo il funerale.
Ricordavo il feretro chiuso.
E improvvisamente quella memoria cominciò a sembrarmi falsa.
«Perché il funerale era a bara chiusa?», domandai.
Elena mi guardò dallo specchietto.
«Perché non c’era un corpo».
Sentii Clara trattenere il respiro.
«Allora chi hanno seppellito?».
«Nessuno».
«Cosa?».
«La bara era vuota».
Rimasi senza parole.
«Tua madre sapeva la verità», continuò Elena.
«Mia madre?».
«Sì».
Quella rivelazione mi fece più male di quanto avessi immaginato.
Mia madre era morta quando avevo ventidue anni. Fino a quel momento avevo pensato che avesse vissuto gli ultimi anni della sua vita distrutta dal dolore per la morte di mio padre.
«Perché non me l’ha detto?».
Elena abbassò lo sguardo.
«Perché tuo padre glielo aveva chiesto».
«Per proteggermi?».
«Per proteggerti».
L'auto si fermò davanti a una piccola casa di pietra, nascosta tra gli alberi.
Elena scese.
«È qui».
Il cuore cominciò a battermi così forte che ebbi paura che il dolore fisico sparisse dietro quello che sentivo dentro.
Clara mi aiutò a scendere.
La porta si aprì prima ancora che potessimo bussare.
Un uomo anziano apparve sulla soglia.
Aveva i capelli bianchi, il volto scavato e una cicatrice sottile vicino all’occhio sinistro.
Mi guardò.
Io guardai lui.
Per qualche secondo nessuno parlò.
Poi l’uomo pronunciò una sola parola.
«Sofia».
La mia anima riconobbe quella voce prima ancora della mia mente.
«Papà?».
L’uomo si portò una mano alla bocca.
Gli occhi gli si riempirono di lacrime.
«Sei diventata esattamente come tua madre».
Mi avvicinai.
Non riuscivo a camminare bene, ma non mi importava.
Quando le sue braccia mi avvolsero, sentii crollare vent’anni di dolore.
Piangevo come una bambina.
Lui tremava.
«Mi dispiace».
«Mi hai lasciata sola».
«Lo so».
«Ho creduto che fossi morto».
«Lo so».
«Perché?».
Mio padre chiuse gli occhi.
«Perché se fossi rimasto, avrebbero ucciso te».
Ci sedemmo nella piccola cucina. Clara ed Elena rimasero con noi.
Mio padre raccontò ciò che poteva.
Aveva scoperto che qualcuno aveva creato società fantasma per sottrarre denaro alla famiglia Monti. Quando aveva cercato di denunciare tutto, aveva trovato il proprio nome sui documenti delle operazioni.
Qualcuno aveva falsificato la sua firma.
Quando aveva capito chi c’era dietro, era troppo tardi.
«Chi?», domandai.
Mio padre abbassò lo sguardo.
«Teresa».
Sentii il cuore stringersi.
«Tua madre aveva ragione», disse. «Teresa controllava tutto. Ma non lavorava da sola».
«Alessandro?».
Mio padre rimase in silenzio.
Quel silenzio fu una risposta.
«Alessandro lo sapeva?».
«Non all’inizio».
«E dopo?».
Mio padre mi fissò.
«Quando Alessandro aveva ventitré anni, Teresa gli raccontò tutta la verità. Gli disse che se avesse sposato te, avrebbe potuto controllare la tua quota nella società».
Sentii il pavimento mancare sotto di me.
«Quindi il matrimonio…».
«Era parte del piano».
Clara strinse i pugni.
«Ma perché Sofia? Perché non potevano semplicemente prendere le sue quote?».
Mio padre inspirò profondamente.
«Perché c’era una clausola che impediva a chiunque della famiglia Monti di acquisirle direttamente».
«Quale clausola?».
«Se Sofia fosse rimasta fuori dalla famiglia, la quota sarebbe stata trasferita a una fondazione indipendente».
Mi guardò.
«Ma se fosse diventata moglie di un Monti, quella protezione sarebbe decaduta».
Chiusi gli occhi.
Tre anni.
Tre anni di matrimonio.
Tre anni in cui avevo creduto di essere stata scelta per amore.
In realtà ero stata scelta come una chiave.
«E Martina?».
Il volto di mio padre cambiò.
«Martina è la parte più pericolosa di tutta questa storia».
«Perché?».
Mio padre si alzò lentamente e prese una vecchia cartella da un armadio.
La aprì.
Dentro c’era una fotografia.
Questa volta vidi Teresa.
Vittorio De Luca.
Alessandro.
E Martina.
Ma la data sulla fotografia era precedente al mio matrimonio di quattro anni.
Mio padre indicò Martina.
«Lei non era soltanto una complice».
«Allora cos’era?».
Prima che potesse rispondere, il rumore di un’auto arrivò dall’esterno.
Elena guardò dalla finestra.
«Ci hanno trovati».
Mio padre impallidì.
Ma non guardò verso la strada.
Guardò me.
«Sofia, devi sapere un’ultima cosa prima che Alessandro entri da quella porta».
«Cosa?».
Mio padre strinse la fotografia.
«Martina è mia figlia».







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