La riconobbi immediatamente. Era Teresa Monti.
La madre di Alessandro.
Per alcuni secondi rimasi immobile, incapace persino di parlare. La fotografia era stata scattata durante il ricevimento del nostro matrimonio, tre anni prima. Io ricordavo quella sera in ogni dettaglio: il vestito, le luci calde della sala, il sorriso di Alessandro quando mi aveva promesso che sarei stata la sua famiglia per sempre. Teresa era rimasta accanto a noi per quasi tutta la serata, abbracciando gli invitati e ripetendo quanto fosse felice di avere finalmente una nuora.
Ma nella fotografia non guardava me.
Guardava Martina.
E Martina, a sua volta, aveva una mano appoggiata sul braccio di Alessandro.
«Questa foto…», mormorai.
Clara si avvicinò al letto. «La conosci?».
«È Teresa».
«La madre di Alessandro?».
Annuii lentamente. «Era al mio matrimonio».
Clara prese il telefono dalle mie mani e ingrandì l’immagine. Sullo sfondo, dietro Teresa, c’era un uomo che non riconoscevo. Indossava un completo scuro e teneva in mano una cartellina. Non sorrideva. Sembrava osservare proprio Martina.
«E lui chi è?», domandò Clara.
Scossi la testa.
Poi notai qualcosa.
Sul polso dell’uomo c’era un orologio particolare, con un piccolo quadrante rettangolare e un cinturino nero. Non era l’orologio a colpirmi, però. Era il gesto di Teresa. Aveva una mano leggermente sollevata, come se stesse cercando di attirare la sua attenzione.
«Clara… ingrandisci qui».
Lei lo fece.
Dietro l’uomo c’era una porta socchiusa. Sulla porta era appeso un piccolo cartello: «Sala Privata – Monti».
Sentii un peso nello stomaco.
«Perché una sala privata al mio matrimonio?».
Clara non rispose. Prese nuovamente il tablet e digitò qualcosa. Dopo qualche secondo mi guardò.
«Sofia, tuo suocero era ancora vivo quando ti sei sposata?».
La domanda mi confuse.
«No. Era morto due anni prima».
«E chi gestiva allora le aziende della famiglia?».
«Alessandro».
«Sei sicura?».
La guardai.
«Certo».
Clara abbassò gli occhi. «Perché nei registri societari che ho trovato online compare un amministratore temporaneo con un nome diverso, proprio nell’anno in cui vi siete sposati».
Sentii la gola seccarsi.
«Chi?».
Clara esitò.
«Un certo Vittorio De Luca».
Il cognome mi colpì come uno schiaffo.
De Luca.
Martina.
«Potrebbe essere un parente?», chiesi.
«Non lo so».
«Hai controllato?».
«Sì».
Clara mi mostrò lo schermo.
«Vittorio De Luca è il padre di Martina».
Per qualche istante non sentii più il rumore dei macchinari.
Tutto quello che avevo considerato casuale cominciò a disporsi davanti ai miei occhi come pezzi di un puzzle che qualcuno aveva nascosto per anni.
Martina non era semplicemente l’amica fragile di Alessandro.
Suo padre aveva avuto un ruolo nelle società della famiglia Monti.
E Teresa lo sapeva.
«Perché nessuno me l’ha mai detto?».
Clara si sedette accanto a me.
«Forse perché non dovevi saperlo».
Quelle parole mi fecero più paura dell'intera lettera dell’avvocato.
La mattina seguente cominciai la riabilitazione. Ogni movimento era una tortura. La gamba sembrava non appartenere più al mio corpo e il semplice tentativo di sedermi senza aiuto mi faceva sudare freddo. Ma mentre il fisioterapista mi guidava, pensavo continuamente alla fotografia.
Non riuscivo a liberarmi di una domanda.
Perché qualcuno avrebbe voluto che io vedessi quella foto?
A metà mattina Clara entrò nella stanza con una cartellina blu.
«Ho parlato con un mio contatto a Milano».
La guardai.
«E?».
«Ha trovato qualcosa».
Aprì la cartellina.
Dentro c’erano copie di alcuni documenti societari. Uno riguardava una società immobiliare appartenente alla famiglia Monti. Un altro mostrava un trasferimento di quote avvenuto poco prima del nostro matrimonio.
Il beneficiario finale era una società registrata a nome di Martina.
Rimasi senza parole.
«Quante quote?».
«Il dodici per cento».
«Alessandro lo sapeva?».
Clara mi fissò.
«Probabilmente sì».
Presi il documento con le mani tremanti.
Dodici per cento.
Non era una cifra insignificante.
Era abbastanza per spiegare perché Martina fosse sempre stata intoccabile.
Ma c’era qualcosa che non tornava.
«Clara, questo trasferimento è stato fatto tre mesi prima del nostro matrimonio».
«Esatto».
«E io non ne sapevo niente».
«Esatto».
Mi appoggiai allo schienale.
«Perché avrebbe dovuto sposarmi se la famiglia di Martina aveva già interessi nella sua azienda?».
Clara rimase in silenzio.
Poi il telefono vibrò.
Era un nuovo messaggio dal numero sconosciuto.
Questa volta non c’era una fotografia.
C’era un documento.
Una scansione di una pagina firmata.
Riconobbi immediatamente la firma di Alessandro.
Sotto la sua firma c’era quella di Teresa.
E in fondo alla pagina compariva una frase che mi fece gelare il sangue:
«Il matrimonio con Sofia Romano dovrà essere mantenuto fino alla conclusione dell’accordo».
Rilessi la frase.
Una volta.
Due volte.
Tre.
«Clara…».
Lei mi prese il telefono.
«Questo non può essere vero».
Ma appena pronunciò quelle parole, arrivò un secondo messaggio.
«È vero. Ma quello che non sai è perché Alessandro aveva bisogno di sposarti».
Poi comparve una chiamata in arrivo.
Numero sconosciuto.
Guardai Clara.
Lei fece un cenno.
Risposi.
Dall’altra parte rimase qualche secondo di silenzio.
Poi una voce maschile, bassa e agitata, disse:
«Signora Romano, mi ascolti attentamente. Io ero presente quella sera. So perché Alessandro l’ha sposata. E so cosa è successo tre anni fa, prima che lei entrasse in quella chiesa».
La mia mano si strinse intorno al telefono.
«Chi è lei?».
L’uomo inspirò profondamente.
«Sono stato l’avvocato di suo suocero».
Poi abbassò la voce.
«E suo marito non doveva mai scoprire che lei ha ancora diritto a una parte dell’eredità Monti».







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