Divertimento

"Mio Marito Salvò Prima La Sua Amica E Disse: «Mia Moglie Può Aspettare» — Io Firmai Da Sola Il Mio Intervento, Mi Tolsi La Fede E Lasciai Milano. Ma La Lettera Dell’Avvocato Rivelò Che Il Nostro Matrimonio Era Stato Una Menzogna** "

«Martina è mia figlia».

Quelle quattro parole rimasero sospese nella stanza.

Guardai mio padre senza riuscire a parlare. Poi guardai Elena. Lei non sembrava sorpresa. Clara, invece, si portò una mano alla bocca.

«No», dissi infine. «Non può essere».

Mio padre abbassò lo sguardo.

«Avrei voluto dirtelo molto tempo fa».

«Martina De Luca è tua figlia?».

«Sì».

Sentii un dolore diverso da quello della gamba. Un dolore che sembrava attraversarmi il petto.

«E tu lo sapevi da sempre?».


«Sì».

«Anche mia madre?».

Mio padre chiuse gli occhi.

«Tua madre lo scoprì poco prima che io sparissi».

Mi alzai dalla sedia con troppa rapidità e una fitta alla gamba mi costrinse a fermarmi.

«Quindi per tutta la vita ho creduto che Martina fosse soltanto una donna che si era infilata nel mio matrimonio. Invece era… mia sorella».

«Sorellastra», disse piano.

Quella precisazione mi fece quasi ridere.

«Davvero? È questa la cosa importante?».

Mio padre scosse la testa.


«No. La cosa importante è che Martina non sapeva chi fossi quando è entrata nella tua vita».

«E quando l’ha scoperto?».

«Poco prima del vostro matrimonio».

Sentii il sangue gelarsi.

«Chi gliel’ha detto?».

Mio padre guardò Elena.

«Teresa».

Clara si irrigidì.

«E Teresa sapeva che Martina era sua figlia?».

«Sapeva che era mia figlia. E sapeva anche che la sua esistenza poteva distruggere l’accordo».


«Quale accordo?».

Mio padre prese fiato.

«Quello che riguarda la società».

Mi porse un altro documento.

Era un testamento.

La firma in fondo apparteneva al padre di Alessandro.

Lessi lentamente.

Se Marco Romano fosse morto o fosse stato dichiarato legalmente assente, il venticinque per cento della holding sarebbe rimasto sotto la tutela di Sofia fino al compimento dei venticinque anni. Ma c’era una seconda clausola. Se Sofia avesse avuto un fratello o una sorella riconosciuta legalmente, quella quota sarebbe stata divisa tra gli eredi diretti.

Alzai gli occhi.

«Martina».


Mio padre annuì.

«Se Martina fosse stata riconosciuta come mia figlia, avrebbe avuto diritto a una parte della quota. Teresa non poteva permetterlo».

«Quindi ha tenuto nascosta la sua identità».

«Sì».

«E Alessandro?».

Mio padre esitò.

«Alessandro lo scoprì prima del matrimonio».

La stanza sembrò restringersi.

«E non me l’ha mai detto».

«Perché sua madre gli promise qualcosa».


«Cosa?».

Mio padre abbassò la voce.

«Il controllo della holding».

Chiusi gli occhi.

Adesso tutto aveva un senso.

Le attenzioni verso Martina. Le continue richieste di Alessandro di essere comprensiva. La sua ossessione per i documenti. Il matrimonio. La quota. Persino il modo in cui Teresa mi aveva sempre ripetuto che una moglie doveva essere paziente.

Non voleva una nuora.

Voleva una firma.

Un nome.

Una porta d’accesso.


«Ma allora perché Martina mi ha aiutata?», domandai.

Mio padre mi guardò.

«Perché alla fine ha scoperto cosa avevano fatto a te».

«Quando?».

«Dopo l’incidente».

La porta della casa si aprì improvvisamente.

Elena si voltò.

Alessandro entrò.

Era solo.

Niente guardie del corpo. Nessuna rabbia visibile sul volto. Sembrava quasi il marito che conoscevo, quello che entrava in casa la sera e mi chiedeva se avessi mangiato.


Ma questa volta non provai nulla.

Si fermò davanti a me.

«Sofia».

«Come hai trovato questo posto?».

«Martina».

Mi voltai verso Elena.

«Ci ha traditi?».

Elena scosse la testa.

«No».

Alessandro fece un passo avanti.


«Martina mi ha chiamato».

«Perché?».

«Per chiedermi di venire qui».

Lo fissai.

«Perché avrebbe dovuto farlo?».

Alessandro abbassò lo sguardo.

«Perché sa che non possiamo più nascondere tutto».

Mio padre si alzò lentamente.

Quando Alessandro lo vide, rimase immobile.

Per la prima volta vidi qualcosa spezzarsi nel volto di mio marito.


«Lei…».

Mio padre non disse niente.

Alessandro fece un passo indietro.

«È impossibile».

«Mi hai creduto morto per vent’anni», disse mio padre. «E hai continuato a usare il mio nome».

Alessandro impallidì.

Io lo guardai.

«Adesso voglio sapere tutto».

«Sofia…».

«Niente più bugie».


Lui rimase in silenzio.

«L’incidente», continuai. «Martina. Mio padre. Il matrimonio. La mia quota. Voglio sapere cosa è successo davvero».

Alessandro si passò una mano sul volto.

«Non sono stato io a organizzare l’incidente».

«Ma sapevi che sarebbe successo?».

«No».

«Allora cosa sapevi?».

Alessandro guardò mio padre.

Poi me.

«Sapevo che qualcuno stava cercando di impedirti di recuperare la tua quota».

«Chi?».

Non rispose.

Fu mio padre a parlare.

«Diglielo».

Alessandro abbassò la testa.

«Teresa».

Sentii il cuore fermarsi.

«Mia madre aveva paura che tu scoprissi la verità», continuò Alessandro. «E quando hai iniziato a fare domande sulla holding, ha deciso che dovevi essere fermata».

«Fermata come?».

Alessandro deglutì.

«L’incidente doveva sembrare un errore».

Clara si alzò di scatto.

«Che cosa stai dicendo?».

«Il camion non doveva colpire la vostra auto».

Mi sentii gelare.

«Allora cosa doveva succedere?».

Alessandro mi guardò negli occhi.

«Doveva essere un piccolo incidente. Abbastanza grave da spaventarti e costringerti a firmare alcuni documenti mentre eri vulnerabile».

«Ma io stavo per morire».

«Lo so».

«E tu hai scelto Martina».

Il suo volto si deformò dal dolore.

«Perché pensavo che fosse l’unico modo per salvarla».

«Da cosa?».

Alessandro non rispose.

In quel momento il telefono di mio padre squillò.

Era Martina.

Lui rispose.

La sua voce arrivò tremante.

«Papà, devi ascoltarmi».

Tutti rimanemmo immobili.

«Ho trovato il documento originale».

Mio padre si irrigidì.

«Quale documento?».

Martina inspirò profondamente.

«Quello che prova chi ha ordinato l’incidente».

Poi ci fu una pausa.

«Ma c’è un problema».

«Quale?».

La voce di Martina si spezzò.

«La firma sull’ordine non è di Teresa».

Guardai Alessandro.

Martina continuò:

«È di Alessandro».

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