«Sono stato l’avvocato di suo suocero», ripeté l’uomo dall’altra parte della linea. «E se vuole capire perché Alessandro l’ha sposata, deve sapere cosa accadde poche settimane prima del matrimonio».
Strinsi il telefono così forte che le nocche diventarono bianche. «Mi dica tutto».
«Non al telefono».
Guardai Clara. Lei aveva già capito.
«Dove possiamo incontrarci?».
L’uomo esitò. «Domani mattina. Alle dieci. Hotel Bellevue. Ma venga sola».
«Non posso muovermi senza assistenza».
«Allora venga con la persona di cui si fida di più. Ma non dica a nessuno dove sarà».
La chiamata terminò.
Per qualche minuto rimasi in silenzio. Clara si sedette accanto a me. «Non devi andarci».
«Invece sì».
«Sofia, sei appena uscita da un intervento importante. Potrebbe essere una trappola».
«Lo so».
«E se fosse Alessandro?».
La guardai.
«Allora sarà la prima volta che verrà a cercarmi».
Clara non sorrise. Prese il documento che avevamo ricevuto e lo rilesse. «C’è un'altra cosa che non mi convince».
«Cosa?».
Indicò la frase sull’accordo matrimoniale. «Qui non si parla di un matrimonio d’amore. Si parla di una scadenza».
Mi sporsi verso il foglio.
«“Il matrimonio con Sofia Romano dovrà essere mantenuto fino alla conclusione dell’accordo”».
«Esatto. Ma quale accordo? E perché eri necessaria tu?».
Quella domanda rimase sospesa nella stanza.
Quella notte non dormii. Ogni volta che chiudevo gli occhi rivedevo Alessandro davanti alla sala operatoria. La sua voce. Il modo in cui aveva detto che Martina contava più di me. Per tre anni avevo cercato una spiegazione ai suoi comportamenti. Avevo pensato che fosse dipendente da Martina, che si sentisse responsabile per lei, che forse fosse semplicemente troppo debole per mettere dei confini.
Adesso cominciavo a chiedermi se fossi stata io a non voler vedere.
La mattina successiva Clara mi accompagnò all’Hotel Bellevue. La riabilitazione mi aveva permesso di stare seduta per brevi periodi, ma ogni movimento mi provocava fitte alla gamba. Entrammo in una piccola sala privata al piano terra.
L’uomo ci aspettava vicino alla finestra.
Era sulla sessantina, capelli completamente bianchi e una cartella di pelle stretta contro il petto.
«Signora Romano».
«Sofia».
Lui annuì.
«Mi chiamo Carlo Ferri».
Si sedette lentamente.
«Ho rappresentato suo suocero per quasi quindici anni. E prima di morire, mi affidò alcuni documenti che avrebbero dovuto essere consegnati a lei quando avesse compiuto una determinata condizione».
«Quale condizione?».
Carlo mi guardò.
«Separarsi da Alessandro».
Il mio respiro si fermò.
«Mio suocero sapeva che mi sarei separata da suo figlio?».
«Non lo sapeva. Lo temeva».
Aprì la cartella e tirò fuori una busta ingiallita.
Sul davanti c’era scritto a mano:
Sofia Romano.
La mia mano tremò.
«Perché non me l’ha consegnata prima?».
«Perché suo suocero mi ordinò di aspettare. Disse che se Alessandro avesse scoperto l’esistenza di questa lettera prima del momento giusto, avrebbe fatto qualsiasi cosa per impedirle di riceverla».
Clara si irrigidì.
«Qualsiasi cosa?».
Carlo annuì.
«Suo suocero non si fidava di suo figlio».
Aprii la busta.
La lettera era breve.
“Cara Sofia, se stai leggendo queste parole significa che ciò che temevo è accaduto. Alessandro ti ha sposata per una ragione che non posso spiegarti qui senza mettere a rischio ciò che appartiene legalmente alla nostra famiglia. Ma c’è una cosa che devi sapere: non sei entrata nella famiglia Monti per caso. Sei stata scelta perché tuo padre ha fatto qualcosa per me molti anni fa. E io gli ho promesso che un giorno avrei restituito a sua figlia ciò che le spettava”.
Alzai gli occhi.
«Mio padre?».
Carlo rimase in silenzio.
«Che cosa c’entra mio padre?».
«Tuo padre, Marco Romano, lavorò per la famiglia Monti».
La notizia mi colpì profondamente.
Mio padre era morto quando avevo diciassette anni. Avevo sempre saputo che aveva lavorato come consulente finanziario, ma non avevo mai saputo per chi.
«Per quanto tempo?».
«Dodici anni».
Guardai Clara.
«Perché nessuno me l’ha mai detto?».
Carlo aprì un secondo fascicolo.
«Perché negli ultimi mesi della sua vita tuo padre scoprì qualcosa che non avrebbe dovuto scoprire».
«Cosa?».
Prima che potesse rispondere, il suo telefono squillò.
Carlo guardò lo schermo e impallidì.
«È Alessandro».
Clara si alzò immediatamente.
«Non risponda».
Ma Carlo aveva già premuto il tasto verde.
«Pronto?».
La voce di Alessandro arrivò dall’altra parte, fredda e controllata.
«Avvocato Ferri, immagino che finalmente abbia incontrato mia moglie».
Il sangue mi si gelò.
Carlo chiuse gli occhi.
Alessandro continuò:
«Le consiglio di ricordare quello che ha firmato tre anni fa. Se racconta a Sofia la verità, perderà molto più della sua licenza».
Carlo riattaccò.
Nella stanza calò un silenzio assoluto.
Lo fissai.
«Che cosa ha firmato?».
L’uomo abbassò lo sguardo.
«Un accordo di riservatezza».
«Su cosa?».
Carlo esitò ancora.
Poi aprì il fascicolo più spesso e lo posò davanti a me.
«Su ciò che accadde la notte in cui tuo padre morì».
Sentii il cuore battere violentemente.
«Mio padre è morto in un incidente stradale».
Carlo mi guardò negli occhi.
«Questo è quello che ti hanno fatto credere».
La sua voce si abbassò.
«Ma non fu un incidente».
In quel momento il mio telefono vibrò.
Un messaggio di Martina.
“Dobbiamo parlare. So dove si trova la persona che ha provocato la morte di tuo padre”.
Rimasi immobile.
Poi arrivò un secondo messaggio.
“E Alessandro non sa che sono stata io a scoprirlo”.







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